Je ne parle pas français.

Je ne parle pas français.

Sono in Francia da un po’.
Diciamo il tempo necessario perché tutti si aspettino che io parli un francese da paura che invece, palesemente no.

Grazie alla mia incapacità nell’esprimermi fluentemente in questa bella terra straniera, ho avuto modo di concentrarmi e collezionare momenti di assoluta meraviglia verso parole nuove pronunciate con un suono dolce e gentile, e altrettanti sorrisi per le parole che sembrano richiamare al dialetto barese.
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In silenzio

Se fossi qui ti direi che ti ho pensato tutto il giorno.
Ti direi che sei stato con me tutte le volte che i francesi mi parlavano e io pensavo “A’ devi smette”.

Se fossi stato qui, ti avrei detto che questa giornata sarebbe andata bene. Per entrambi.
Ti avrei detto di non ridere e di respirare forte.
Avresti sorriso. Più con gli occhi che con la bocca.

Se fossi stato qui ti avrei abbracciato forte sperando di toglierti un po’ di questa pesantezza di dosso. Del nervosismo. Ansia. Paura.
Non te l’avrei detto, non avresti mai ammesso nulla, tu non sei uno di quelli. Tu preferisci fingere e lasciarti leggere.

Allora vorrei scriverti e fingere anch’io.
Ma non lo so più fare, oggi vorrei soltanto stare con te. Guardarti e avvicinarmi per abbracciarti forte. Come fanno gli amici che non hanno bisogno di esprimersi.

In silenzio.

Sono con te.
Sei con me.
Ti voglio bene Massi.

I done it. I miei primi due mesi.

I done it. I miei primi due mesi.

Ho girato in tandem lasciandomi guidare da un americano.
Ho dormito in tenda nel giardino di una casa, sotto il cielo stellato di una Francia ferita a morte.
Mi sono lasciata illuminare dalle notti che tardavano ad arrivare, e le luci spente già all’imbrunire.

Ho viaggiato per 18 ore in autobus e, tra una sosta e l’altra, ho conosciuto gente nuova.
Ho incontrato uno dei ragazzi di Occupy Stuttgart. Uno dei centinaia di militanti contro la speculazione alimentare. Uno di quelli che lottano per una cultura democratica reale, per la sostenibilità economica e ambientale, per un’informazione più veritiera e meno di parte. Uno che crede in quello che fa e non smette di farlo.
Mi sono lasciata affascinare dai racconti della loro resistenza e mi sono lasciata invitare nella loro sede centrale.
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WorkAway. La mia prima volta

WorkAway. La mia prima volta

Le scelte sono scommesse, ma non sempre si ha la fortuna di puntare sul cavallo vincente.
Purtroppo, o per fortuna.

Workaway è un valido strumento per chi decide di evadere dalla quotidianità.
E io, modestamente, evasi.
Un accordo che prevede un lavoro non retribuito in cambio di vitto e alloggio, senza contratti ufficiali, è solo un accordo tra sconosciuti.
Un accordo come tanti.
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Tell me your story

Tell me your story

– Where are you from?
– I’m from Italy.
– Can I sing an Italian song for you?
– Sure!

Dover mi ha accolta così. Con un sorriso innegabile e l’abbraccio stretto di chi si è fatto carico del mio zaino per accompagnarmi in Ostello, dopo aver attraversato i paesaggi del Kent.

Dover è una città che si trova sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Una città che si tuffa nell’oceano dall’alto delle sue bianche scogliere.
Ho scoperto la sua esistenza grazie a WorkAway. Un sito di annunci internazionali, che mette in contatto viaggiatori, con ostelli, famiglie o fattorie. Le strutture cercano aiuto nella gestione delle loro faccende, offrendo in cambio vitto e alloggio. Offrendo la libertà di scegliere il periodo di permanenza, senza contratti, senza limitazioni.
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