Je ne parle pas français.

Sono in Francia da un po’.
Diciamo il tempo necessario perché tutti si aspettino che io parli un francese da paura che invece, palesemente no.

Grazie alla mia incapacità nell’esprimermi fluentemente in questa bella terra straniera, ho avuto modo di concentrarmi e collezionare momenti di assoluta meraviglia verso parole nuove pronunciate con un suono dolce e gentile, e altrettanti sorrisi per le parole che sembrano richiamare al dialetto barese.
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I done it. I miei primi due mesi.

Ho girato in tandem lasciandomi guidare da un americano.
Ho dormito in tenda nel giardino di una casa, sotto il cielo stellato di una Francia ferita a morte.
Mi sono lasciata illuminare dalle notti che tardavano ad arrivare, e le luci spente già all’imbrunire.

Ho viaggiato per 18 ore in autobus e, tra una sosta e l’altra, ho conosciuto gente nuova.
Ho incontrato uno dei ragazzi di Occupy Stuttgart. Uno dei centinaia di militanti contro la speculazione alimentare. Uno di quelli che lottano per una cultura democratica reale, per la sostenibilità economica e ambientale, per un’informazione più veritiera e meno di parte. Uno che crede in quello che fa e non smette di farlo.
Mi sono lasciata affascinare dai racconti della loro resistenza e mi sono lasciata invitare nella loro sede centrale.
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Passi lenti e pensieri forti. La mia nuova Parigi.

La prima volta che sono stata a Parigi ci sono andata con Raffaele.
Il classico ragazzo che ti gireresti a guardare per strada.
Quello che con il sorriso più bello del mondo e che appena conosciuto rapisce la tua attenzione.
Lo stesso che non pensi possa mai considerarti.

Siamo partiti insieme. Avevamo prenotato il volo dopo il mio esame di Linguistica Italiana. Avevamo organizzato l’itinerario dei posti da vedere e come arrivare ovunque, orari e prezzi per ogni cosa.
Eravamo felici e totalmente eccitati.
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Bruxelles, l’alba di un cambiamento

Bruxelles è una città in rinascita.
Un centro pulsante di vivacità irriverente.

Una regione poliglotta e interculturale, che racchiude sotto lo stesso cielo le comunità olandese, tedesca e francese.
Una città aperta al cambiamento e alla diversità, come non avrei mai immaginato.

L’ho attraversata per qualche giorno. L’ho sfiorata dall’alto dei miei pregiudizi, che l’hanno da sempre considerata un centro poco attraente e di scarsa importanza.
Così, scettica e disinteressata, ho conosciuto Paul e con lui una nuova chiave di lettura della storia di questa capitale.
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Under England sky

Un cielo che non lascia intravedere niente.
La luce riflessa che acceca senza mostrarsi.
Il vento fresco che mi corre addosso, timido.
Fuori stagione.

Uno zaino di 12 Kg, da cui ho cercato di eliminare qualsiasi cosa.
I pensieri che mi riportano al punto di partenza, come le onde del mare freddo di un nord sconosciuto.
Un’estate che non c’è.
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WorkAway. La mia prima volta

Le scelte sono scommesse, ma non sempre si ha la fortuna di puntare sul cavallo vincente.
Purtroppo, o per fortuna.

Workaway è un valido strumento per chi decide di evadere dalla quotidianità.
E io, modestamente, evasi.
Un accordo che prevede un lavoro non retribuito in cambio di vitto e alloggio, senza contratti ufficiali, è solo un accordo tra sconosciuti.
Un accordo come tanti.
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Tell me your story

– Where are you from?
– I’m from Italy.
– Can I sing an Italian song for you?
– Sure!

Dover mi ha accolta così. Con un sorriso innegabile e l’abbraccio stretto di chi si è fatto carico del mio zaino per accompagnarmi in Ostello, dopo aver attraversato i paesaggi del Kent.

Dover è una città che si trova sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Una città che si tuffa nell’oceano dall’alto delle sue bianche scogliere.
Ho scoperto la sua esistenza grazie a WorkAway. Un sito di annunci internazionali, che mette in contatto viaggiatori, con ostelli, famiglie o fattorie. Le strutture cercano aiuto nella gestione delle loro faccende, offrendo in cambio vitto e alloggio. Offrendo la libertà di scegliere il periodo di permanenza, senza contratti, senza limitazioni.
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3 Cose che porterò per sempre in giro. Il mio Portogallo.

Ho fatto un viaggio. Un viaggio vero, di quelli che ti attraversano dentro e ti segnano.
Di quelli che graffiano.
Di quelli che ti prendono per mano e ti accompagnano sulla riva dell’oceano e ti lasciano lì. Sola. Continua a leggere

Mi sono perso

In giro ci sono persone straordinarie, che si confondono nella folla tra gente ordinaria, senza obiettivi, senza passioni.
Senza cervello.

Le persone straordinarie sono quelle che ti attraversano dentro, si aprono un varco con un sorriso, il tuo e il loro.

Sono quelle che anche a 34 anni hanno il coraggio di inseguire le proprie passioni su una barca, nonostante tutto e nonostante tutti.
Le persone straordinarie ti lasciano un vuoto quando scappano via e un apribottiglie in un cassetto.

Poi ci sono io, che resto qua a cercare di finire l’università.

I saluti fanno schifo.
Sia messo a verbale.

Arriverà l’estate anche per te, è solo una questione di stagioni e di tempo. O di persone.

Giusto il tempo di uno sguardo complice con papà, di un sorriso per mamma.

Qualche litrozzo di birrozza con sister, le chiacchiere per recuperare il tempo perso, le telefonate mai fatte, i segreti mai confidati.

Qualche pomeriggio passato in spiaggia da sola a riflettere con il rumore del mare di sottofondo.

Giusto il tempo di una notte passata a ballare sotto le stelle, con i piedi che ad ogni movimento sprofondano nella sabbia fredda, i sorrisi che non si spengono per tutto il tempo, le grida di frasi sbagliate di canzoni improbabili.

Giusto il tempo di salutare tutti e sentirsi chiedere ‘quando ci rivediamo?’ senza saper rispondere.

Le persone viaggiano verso posti lontani per osservare, affascinati, persone che normalmente ignorano a casa. 

[Dagobert D. Runes]

Faro di vieste

And happy new year!

Ho aperto facebook dieci minuti e ho letto ancora di gente che sta facendo tombolate a rotta di collo e gioca a carte come se non ci fosse un domani. Ma sto Natale di merda, quando finisce?!

Io personalmente sono secoli che non gioco a nulla, che poi, pur volendo, quest’anno ho battuto il record mondiale di invisibilità: sono scesa a casa giusto il tempo di mangiare buona parte del cibo che avrebbe potuto salvare decine di villaggi in Zimbabwe.

A parte il mio astio ormai assodato per la festa con le lucine, volevo dire una cosa seria. Da un anno a questa parte, anch’io ho una tradizione da rispettare: svegliami la mattina del 2 gennaio con la febbre a 38.7 e la voglia di morire.

Ma tranquilli, io sopravvivo alle imprecazioni di chiunque, anche alle mie.
Se mi cercate sono quella che al posto delle tonsille ha due palle da bowling.

Fate i bravi questo 2013 e cercate di credere in qualcosa di positivo.
Per volare, basta un pensiero felice. Chiedete a Peter Pan!

Because the night

La notte è più bello.
La città è vuota, deserta. Ha un altro respiro, si muove in maniera diversa. Non corre, passeggia e si gode il suo panorama.

Da sola sull’autobus che non fa fermate tranne la mia, mi sento quasi importante.
Tutto scorre, i pensieri, le strade, la musica.
La città è mia e nessuno può togliermela.

La notte è più bello.
C’è gente che sale sugli autobus e sorridendo urla buonasera.
C’è chi alla fermata ha le patatine fritte nella tasca del cappotto e seduti allo scalino del marciapiede cena con gli amici.
C’è la luna piena che illumina ogni cosa.
Ci sono io che canto per strada con le cuffie sulla testa.

Di notte siamo tutti un po’ diversi, forse nell’illusione che l’oscurità nasconda un po’ della follia che abita in ognuno di noi.
Allora si, siamo quello che siamo e per un po’ nessuno vuole negarlo.

“Non c’è niente di male a finire come i barboni. Si passa un’intera vita a non interferire con i desideri degli altri, [..] senza scocciature, e si tira avanti e si fa come si vuole [..] Qual è la tua strada, amico?…La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada del pesce piccolo, una strada qualunque. E’ una strada che porta chiunque dovunque comunque. Chi dove come?”

[On the road, J. Kerouac]

Oggi è già domani

Che poi a pensarci bene, la vita è un pò una merda.
E’ settembre e io non sono pronta.
Sto qua seduta sul divano da ore. A mangiare qualsiasi cosa si trovi intorno a me e che io riesca a raggiungere con la punta delle dita.
Il mio primo giorno libero dopo un mese. Sono proprio una sfigata del cazzo, non so se mi spiego.

Se ve lo state chiedendo, si, sono sempre pallida come una palla da ping pong.

Ho finito di lavorare.
Spero di aver finito di incazzarmi per almeno 12 ore di fila.
Il lavoro estivo è stressante, ma ti insegna un sacco di cose, ad esempio ho imparato quanto possa essere difficile scegliere un pacco di patatine. Ma se non avete mai lavorato in un bar, non sapete cosa vi perdete. I genitori assecondano i figli come se dietro di loro non ci fosse fila fino al bagnasciuga.
La gente è matta. Ma vabbè, non l’ho scoperto io.

Riguardo la fine delle cose, ho una mia personalissima teoria, che ho appena denominato la teoria del cerotto.

Quando hai un cerotto appiccicato da qualche parte e devi toglierlo, hai due alternative tra cui scegliere:

– strapparlo senza pietà, asportando strati di epidermide e soffrendo in silenzio con le lacrime agli occhi;
– strapparlo lentamente, un millimetro dopo l’altro nell’assurda convinzione che un dolore dilazionato in un arco di tempo più ampio faccia meno male.

Io sono una masochista del primo tipo.
Odio i saluti.
Non sopporto quei momenti in cui ti fermi, ripensi a tutto e ti sembra tutto splendido e perfetto. Quei momenti in cui ti rendi conto che nulla era così importante da rovinare l’umore per giornate intere.
Quei momenti in cui maledici tutte le volte che hai sperato che il tempo passasse in fretta.

Sono ripartita senza concedermi neanche il tempo di salutare tutti.

Ciao mamma e papà.
Ciao sisters e brother.
Ciao Pelikano Beach Club.

Ciao a tutti, sono MikelAlice, oggi ho dormito e sono felice.
Ma che ne sapete voi!

Posso avere il tuo deserto?

Andiamo in ordine di priorità.

Punto nuMMero 1.
Mamma, ho deciso che non mangerò più il pesce.
L’ho deciso ieri, dopo essere stata all’Acquario di Genova.
Si mamma, sono stata a Genova.

Punto nuMMero 2.
Tizi dell’Acquario di Genova, ma con tutti i soldi che vi fottete per tenere in mostra i pesci come se stessimo al circo, vasche più grandi no?
Cos’è, compattati sembrano di più e più grandi?
Se vi chiudessi io in una doccia 4×4 a fare la pubblicità del silicone sigillante a vita, con i ragazzini che battono le mani sul vetro e fanno foto al vostro pesce morto, avreste ancora il coraggio di esibire quel sorriso da cazzo?

Punto nuMMero 3.
A giorni scenderò a casa. La famigghia sarà già riunita ad attendermi e vorrei una Raffaella Carrà sulla porta ad annunciare il mio ritorno nel natio borgo, dopo sette mesi.
Vorrei fortissimamente, vorrei.
I fazzoletti li metto io, nel caso dovessero servire.
Comunque vi comunico che sono già pronta con l’etichetta con il nome sulla maglietta, per dare tempo a genitori e prole varia di abituarsi alla mia presenza.

Punto nuMMero 4.
A giorni tornerò a lavorare nella ridente Vieste. Dove tutti sono in vacanza, abbronzati, sorridenti e frustrati perchè c’è vento. Rassegnatevi e non venite a lamentarmi da me perchè se questo è il massimo del vostro dramma, spero vivamente che, per le vostre vacanze, becchiate la settimana più piovosa dell’estate!

Ora, prendete carta e penna e scrivete:
gli abitanti di Vieste, sono viestani, non viestesi o viestini o altre deformazioni che vi vengono in mente. Vie-sta-ni!
E, detto tra noi, viestesi va per la maggiore, quindi non sentitevi fighi a dirlo, non fa più ridere dal 1982.

Detto ciò, nel caso le nostre strade dovessero incrociarsi, sono certa che mi riconoscerete dalla lunaticità, oltre al fatto che la sera, io e il mio colorito da zombie risplenderemo sotto la luce della luna come un catarifrangente. Non voi, tutti abbronzati che vi confonderete al buio!

Ma questo già l’avevo detto.
Buone vacanze bella gente!

Ps Nel caso ve lo stesse chiedendo, il titolo non ha senso. E’ solo la canzone che ho in testa da giorni. La mia personalissima hit dell’estate.

Liberamente

Sono a casa da sola, da ieri. I miei coinquilini si sono sparpagliati in giro per l’Italia e io studio ammorbando l’anima alla pianta di basilico.

Dicono che bisogna parlare con le piante, io gli ripeto i primi capitoli del libro di Analisi dell’opinione pubblica. Sono quasi certa che potrebbe essere il primo esemplare di pianta suicida. A tratti si sta seccando, ma ho deciso che deve soffrire con me, quindi continuo imperterrita. La chiamano solidarietà, e lei ne è la vittima.

InZomma la vita procede lenta, come le canzoni di Zarrillo che entrano dalla mia finestra aperta. Come le canzoni della messa che ieri entravano dalla mia finestra aperta. Come la ricerca di qualcuno che mi prepari il caffè.

Sono nel bel mezzo della sessione d’esame. La vita è diventata improvvisamente monotona e merdosa. Io isterica e ansiosa. L’altra sera ho scapocciato. Capita. Lasciatemelo fare!
Sono uscita con due amici. Siamo stati in giro tutta la notte. Sono tornata a casa alle cinque e mezza per prendere un asciugamano ed andare a Torvaianica con loro.
Ci siamo stesi in riva al mare.
L’aria era ancora troppo fredda per togliersi la felpa.
Ci siamo addormentati vestiti. Uno a fianco all’altro.
La testa sull’asciugamano, il corpo nella sabbia.
Il rumore del mare.

Prima di chiudere gli occhi ho fissato il cielo.
Ho respirato a pieni polmoni quel senso di leggerezza. Libera mente. Mente libera.

Mi sono svegliata con la faccia nell’asciugamano, i capelli mi coprivano completamente il viso. Probabilmente vista dall’alto sarò sembrata un mucchio di alghe secche trascinate dalla corrente.
Ero ancora imbacuccata nella felpa e completamente sudata.
Mi sono seduta a mi sono guardata intorno. Il mondo era in spiaggia ad urlare e ungersi sotto il sole delle 9 di mattina. Sono rimasta così, a coccolare la mia autostima mentre affondavo le mani nella sabbia bollente.

– Buongiorno Miky! Che stai facendo?
– Guardo le ragazze!
– Perchè? Guarda un pò quei manzi!
– Ssshhh, sto risollevando la mia autostima!

Abbiamo fatto colazione al lido continuando a parlare di qualsiasi cosa.
Sono stata bene. Sono stata me. Senza compromessi.
Questo è il lato della zitellagine che amo e a cui non ho più intenzione di rinunciare.
Mi sento molto più Clementine, che Alice. Molto di più.

Siamo stati felici tutti e tre, perchè si può essere felici anche solo condividendo qualcosa.

Sono tornata a casa all’una e mezza e ho iniziato a studiare.
Dopo un secchio di caffè.

Clementine: Io non sono solo un’idea, Joel, ma una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale, non sono perfetta.
Joel: Non riesco a vedere niente che non mi piaccia in te, ora non ci riesco.
Clementine: Ma lo vedrai, ma lo vedrai! certo col tempo lo vedrai, e io invece mi annoierò con te, mi sentirò in trappola perché è cosi che mi succede!

[Eternal Sunshine of the Spotless Mind]

The experience stage!

La notiziona del mese è che ho uno stage. Che è anche l’unico motivo che mi spinge ad alzare il culo dal letto la mattina. E mi spinge sotto le macchine mentre corro per prendere l’autobus.

E rido in faccia all’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Policlinico Umberto I che mi ha contattato per uno stage, e a RDS- Radio Dimensione Suono che mi voleva per fare indagini telefoniche sui gusti e le preferenze musicali degli ascoltatori.

Ho iniziato da tre giorni con MeetingLife.
Qui è un’altra storia. Diversa dalle altre, una situazione più unica che rara. Allo stato attuale ho già scoperto quel grande enigma chiamato Outlook e la magia dei documenti condivisi. Questo non è proprio qualificante per me, ma apprezzate l’onestà delle mie colpe.

Ho iniziato anche ad usare Twitter per qualcosa di più costruttivo che non sia solo diffondere il mio verbo. Adesso ne sono dipendente come una bimbetta con un gioco nuovo. Scusate se è poco.
Ho dovuto cambiare la mia presentazione. Ufficialmente non sono più quella che ha inventato la distrazione, anzi no, una rincoglionita cronica (che, detto tra noi, resta valido).
Ora sono una PR and communications at MeetingLife – The Experience Network. (Scusate vado ad aprire la finestra, io e il mio ego non riusciamo a starci in una sola stanza).
Sto palesemente cercando di darmi un tono, nonostante continui ad usare un linguaggio da camionista disperata.

Quindi si, sono una stagista di MeetingLife.
E me ne vanto, suscito invidie e provoco “Nuuuooo!! beata te!” come se piovesse.
Ma non ditelo ai capi, che loro sono due, poi ci sarebbe una quantità di eghi esaggggerata in giro da queste parti!
Ma se vi capita ditelo a quelli dell’Ufficio Stage dell’università, così almeno mi danno sti altri 3 crediti e magari alla fine dell’anno con tutti questi bollini posso prendermi il mio pezzo di carta!

Allo stato attuale mi sto impegnando anche per realizzare altre grandi ambizioni: iniziare ad usare la parola docente con la stessa classe di Alessandra, fare un corso di cucina con Ilaria e imparare l’inglese, perchè sono di un’ignoranza cavalcante. Ogni giorno di più. Come se involvessi.

Ho deciso di lasciar perdere il lavoro al ristorante. Per conservare un livello minimo di sanità mentale e fisica da investire in questo progetto, che mi piace. Che voglio fare. Che mi coinvolge.
Non è stata una scelta difficile.

Si lo so, ho sbomballato l’anima con la storia che non trovavo lavoro e adesso lo lascio. Sono una brutta persona, che vive di passioni. Insultatemi pure, se ne avete il coraggio.
Al massimo, se mi doveste trovare a vendere accendini e cartine nella piazza di San Lorenzo, capirete perchè.

Se volete saperne di più sul progetto MeetingLife – The experience network sparatevi questo e non esitate a contattate il salumiere vicino l’ufficio, grazie alle spiegazioni che gli ha dato Ernesto tra una fetta di porchetta e l’altra, lui sa tutto!

Allo stato attuale il marketing continua ad essere malefico. Io continuo a voler essere malefica. Io sono sempre più convinta di voler essere il marketing.
Quindi per una questione di karma, la prossima volta che cercano di investirmi mi uccideranno davvero, e rinascerò panda.

Tutta la vita davanti

Pensavate che qualcuno mi avesse richiamato, dopo mesi di lancio del curriculum a chicchesssia e che la mia carriera togliesse tempo al blog?! Ebbene no. Sono stata impegnata ad elemosinare lavoro a destra e a manca. Credete che l’abbia trovato e che sia tornata qui per allietarvi con pettegolezzi sui colleghi? Levatevi quel sorriso ebete dalla faccia. Non è successo nulla di tutto ciò, sappiatelo. Sono ancora disoccupata. L’incarnazione della crisi. Ho Tutta la vita davanti, ma nel senso che gli ha dato Virzì.

Ho mandato curriculum per qualsiasi tipo di lavoro. Ho escluso solo le categorie: badante, baby sitter, accompagnatrice, ballerina di lap dance, call center di telemarketing, colf, sicurezza armata, procacciatori di affari per agenzie immobiliari. A quanto pare sono pretenziosa.

Io e la mia inutile laurea ci troviamo a competere sul mercato del non-lavoro con diciannovenni del cazzo, mezze nude, che non sanno parlare italiano, ma strascicano un lessico strano in un romanesco a dir poco grezzo, e non studiano. Perchè oggi ho scoperto che chi studia è penalizzato.
All’ennesimo colloquio-buffonata, mi hanno detto:
“Ah, ma lei studia?! Ma se lavora poi come fa a studiare?!”
Cos’è adesso gli sfruttatori si preoccupano per gli sfruttati? Da quando si prendono in considerazione le esigenze della plebe? E poi, scusate tanto ma secondo voi, io l’affitto come dovrei pagarlo? Vendendo le mutande usate su e-bay?

Quindi niente, alla fine ho avuto una crisi nervosa. Al millesimo lefaremosapere, mi è scesa una lacrima. Forte e chiara. Una sola. Per tirarmi su di morale, sono entrata in una libreria.
Ho vagato senza meta per un pò. Ho trovato un paio di libri che ho nella mia lista dei desideri di Anobii. Mi sono lasciata ipnotizzare dalle foto delle guide turistiche, mentre Charlie Chaplin sorrideva dal muro alle mie spalle. Avevo trovato il mio limbo in cui credevo che nessuno mi avrebbe potuto disturbare. Una stronzata. I coglioni arrivano ovunque.

Mentre guardavo le foto sulla guida per Dubai, sento uno al banco informazioni:
Scusi non riesco a trovare La coscienza di Zeno. Ho un dubbio, ma, è di Pavese?
Io mi giro di scatto.
Il tizio al banco alza la testa.
Lo guarda sconvolto.
Mi guarda sconvolto.
Lo guardo sconvolta.
Mi giro e me ne vado.

Sono tornata a casa con il tram. Un’ora di tram. Non mi sentivo propensa ad imboccare anche il tunnel della metro. Avevo bisogno di vedere che la città non è quella delle cartine del sito dell’atac e che i percorsi non necessariamente sono imposti. Roma me lo doveva! E poi, non ho pagato il biglietto!

Charlie Chaplin

Continuavano a chiamarla Doc!

Tralasciando la mia personalissima insofferenza verso l’inutile discussione, siamo qui riuniti per informare il gentil popolo che la primogenita diventa dottoressa. Ancora, e fortunatamente per l’ultima volta. Spero.

Siamo pronti? Siamo carichi??

Il pacchetto gioia e felicità include:
– uno splendido viaggio a/r verso l’Università del Salento (micaPizzaEFichi);
– due giorni a stretto contatto con l’allegra famiglia;
– numero indefinito ed indefinibile di domande del tipo: quando ti laurei, quanti esami ti mancano, quando hai gli esami, perchè non ti stai laureando anche tu oggi?
– numero indefinito ed indefinibile di sguardi complici con l’altra sorella (la gnocchettosa), con conseguente scambio di battute del tipo: ma perchè fa sempre le stesse domande? Ma dobbiamo rispondergli? Ma perchè gli rispondi ancora? Ignoralo, prima o poi smetterà. Cantiamo una canzone?
– una discussione pressochè incomprensibile in Genetica;
– pianti e lacrime a volontà;
– disidratazione;
– invidia per l’ambito secondo pezzo di carta;
– abbabbaggio mosche a volontà per le vie del salento;
– rientro nella sorridente Vieste, (indovina un pò? Ad abbabbare le mosche!);
– festeggiamenti per essere sopravvissuti alla guida spericolata di Ninì e alla simpatia travolgente dello struzzo.

Il quadro della situazione può sembrare inquietante, ma in realtà c’è stato di peggio. Vado ad impegnarmi nella stesura di un biglietto d’auguri, uno dei miei soliti, lungo quanto un rotolone regina, uno di quelli che per essere letti hanno bisogno di una mezza giornata di attenzione. Penso che opterò per decantarlo durante le ore di viaggio, tra un “guida piano”, “quanto manca per arrivare” e “fermati che devo fare pipì”. Quando staremo tutti in macchina e nessuno potrà scappare sfruttando futili scuse. Lo so, è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare! Per fortuna l’allegro coinquilino mi offre questo allegro sottofondo che aiuta a delirare meglio.

Problemi di separazione

– Scusi, devo stampare la carta d’imbarco.
– La stampa si paga.
– Vabbè devo partire, quindi..
– Costa 40 euro più iva.
– EEEEEHHH????
– Quando deve partire?
– Adesso.
– No vabbè, allora non posso fare niente. Posso accedere al sistema fino a 4 ore prima della partenza. Ormai ha perso il volo.
– EEEEEEHHHH????

Allora, premesso che sono le sei di mattina, è domenica, sono a Bergamo e c’è la nebbia. Quindi, è già una giornata del cazzo!
Tu sei una tristissima dipendente di Ryanair, che è un’idea triste già di suo, senza prendere in considerazione i colori osceni delle divise.
Premesso che non è un problema mio se ti hanno appioppato il turno di mattina e che, stanotte evidentemente ti si è scaricato il vibratore.
Premesso ciò, ti volevo dire, che sei una cretina!

Ma non te l’ho detto. In realtà, non me ne fregava niente del fatto che rode più a te che a me stare in quell’aeroporto. In realtà avevo altro a cui pensare.

Il Controllore mi guarda. Io lo guardo. Noi ci guardiamo.

Io: mi viene da ridere. Sto cercando di contenermi.
Lui: io piangerei (sorride).
Io: ..bene. Caffè? (sorriso dormiente).
Lui: ovvio (sorriso normale).
Io: inZomma non era destino (sorriso idiota).
Lui: la tua è solo una scusa per restare (sorriso smagliante, nei limiti di quelli proponibili all’alba). Comunque ci potevi pensare prima di farmi svegliare alle 4.30.
Io: beh, si. Scusami (sorriso imbarazzante).
Lui: non ti preoccupare (sorriso accattivante).
Io: (Sbav!) (sorriso ebete + sguardo languido).

Il piano di riserva è stato (in ordine sparso): pensare qualcos’altro che mi riporti a casa il prima possibile. Meditare vendetta contro la Ryan. Pensare a quanto siamo bellini mentre ci sorridiamo con gli occhi ancora incaccolati. Odiare quella repressa del bar che per poco non mi lanciava il cannolo siciliano dietro, probabilmente acida per gli stessi motivi della prima cretina.

Siamo tornati a casa fingendo di non essere usciti un’ora e mezza prima come due invasati per correre all’aeroporto e lasciar partire l’aereo senza opporre particolare resistenza.

Lui: spero non scriverai di questa storia.
Io: naaaa! Ma ti pare?!

Il Controllore si è reso utile all’umanità andando a lavoro.
Io ripartirò in treno, se mai dovessi riuscire ad alzare il culo dal divano.

Ps L’uomo-Controllo è lo stesso soggetto di cui parlo qui. Se ve lo state chiedendo, è così. Non ci siamo ancora uccisi a vicenda. Esultate gente!