Take a smile

Quando un messaggio viene scritto di getto, sulla prima cosa che si trova a portata di mano, è perchè le parole sono autentiche, vere, sentite.

Sono parole che vogliono esistere ad ogni costo.

Vogliono essere lì e guardati dal frigo tutte le mattine, quando con i capelli in disordine prepari il caffè.
Voglio esserci anche loro, con noi. Together.

Ovviamente poi ci sono le eccezioni che confermano la regola, e solitamente si trovano attaccate sul frigo di casa mia.
Supportate da calamite dementi.

messaggio sul frigorifero

Dovete restare in silenzio. Tutti quanti.

Avete visto 300 – L’alba di un impero?
Ok, riassumo: il film narra l’eroiche gesta di Leonida, re degli spartani, che rifiuta di sottomettere la sua città al re persiano Serse, e guida un esercito composto da 300 dei migliori guerrieri di Sparta in difesa della sua terra e dei suoi ideali.

Ecco.

Avete presente la scena i cui Leonida gridando “questa è Sparta!” prende a calci il messaggero persiano e lo zittisce dopo che questo non aveva scelto con sufficiente accuratezza le sue parole?

Ecco.
Dai, venite qua. Il pozzo è pronto, aspetta solo voi!

E lo so che il mio livello di stress agli spartani gli fa na’ pippa, ma oggi per quanto mi riguarda l’universo deve morire male.

Se mi fossi candidata alle elezioni il mio motto sarebbe stato: Datemi una clava, e renderò questo mondo un posto migliore.
Onesto. Sincero. Sentito.
Condiviso, perchè infondo l’uomo con quella cazzo di teoria evoluzionistica di Darwin, si è fottuto da solo!

And happy new year!

Ho aperto facebook dieci minuti e ho letto ancora di gente che sta facendo tombolate a rotta di collo e gioca a carte come se non ci fosse un domani. Ma sto Natale di merda, quando finisce?!

Io personalmente sono secoli che non gioco a nulla, che poi, pur volendo, quest’anno ho battuto il record mondiale di invisibilità: sono scesa a casa giusto il tempo di mangiare buona parte del cibo che avrebbe potuto salvare decine di villaggi in Zimbabwe.

A parte il mio astio ormai assodato per la festa con le lucine, volevo dire una cosa seria. Da un anno a questa parte, anch’io ho una tradizione da rispettare: svegliami la mattina del 2 gennaio con la febbre a 38.7 e la voglia di morire.

Ma tranquilli, io sopravvivo alle imprecazioni di chiunque, anche alle mie.
Se mi cercate sono quella che al posto delle tonsille ha due palle da bowling.

Fate i bravi questo 2013 e cercate di credere in qualcosa di positivo.
Per volare, basta un pensiero felice. Chiedete a Peter Pan!

Il lavoro non è un diritto

Mi hanno chiamata due settimane fa.

La selezione iniziava con un colloquio di gruppo ed un brainstorming.
Superate queste, un colloquio individuale.

Uno dei selezionatori mi ha detto che sono piaciuta. Hanno trovato brillanti le mie risposte e i miei ragionamenti, ma il punto di perplessità è stato leggere sul mio curriculum che sono una studentessa laureanda.

Il colloquio individuale è stato un’intervista basata esclusivamente sul mio percorso di studi. Motivazioni della scelta del corso di laurea triennale, percorso della magistrale, media dei voti, motivazioni della scelta della tesi.

Un’ora così, per poi arrivare a chiedermi qual è il mio sogno nel cassetto. La mia più grande ambizione. Il fine ultimo di tutto questo sbattimento all’università. A questo punto cosa dovrei dirti se non la verità, lavorare in un’agenzia di pubblicità.

Non sono stata richiamata.
Il colloquio era per un posto in un call center.

Ora io dico, sono a Roma da 7 anni, mi sono laureata alla triennale sudandomi la borsa di studio e lavorando anche tutte le estati. Mi sto laureando alla magistrale alternando lavori, stage, studio e salti mortali, cosa ti aspetti da me? Che ti dica che sono qui perchè la mia più grande ambizione nella vita è rispondere al telefono? No scusami, da quando avere dei sogni è diventato denigrante?

Voi che vi lamentate delle nuove generazioni senza ambizioni, sogni ed obiettivi siete gli stessi che contribuite a smorzare qualsiasi tipo di entusiasmo.
Io sono qui, sarò anche una delle tante e non avrò un futuro, ma per me l’università non è un hobby.
Io almeno ci voglio provare a raggiungere i miei obiettivi, a realizzare le mie aspirazioni.

Non voglio una famiglia e dei figli.
Non voglio un marito che mi paghi la ricostruzione unghie con i brillantini e le borse firmate.
Voglio la mia autonomia, il mio lavoro e i miei sogni.

Se pagare l’affitto per te non è una motivazione sufficiente per darmi il posto, tienitelo il tuo lavoro da 500 euro di merda.
Non siete nessuno per farmi sentire inadeguata e fuori luogo.
Voi, non siete nessuno per giudicare le mie ambizioni.

Contro il logorio della vita moderna

La conoscete tutti quella pippa sul fatto che i consumi veicolano simboli di appartenenza ad un determinato gruppo sociale? Bene. Anch’io.
Il 35% dei giovani italiani è disoccupato. Ora so perfettamente cosa legge la gente attraverso le mie buste della spesa.

Il badrone di casa mi spellerà anche questo mese quindi, scusatemi ma devo andare. Ho un rene da vendere.

 

MikelAlice, ora disponibile anche nella versione DajeCheCeLaPossoFare.

Oggi è già domani

Che poi a pensarci bene, la vita è un pò una merda.
E’ settembre e io non sono pronta.
Sto qua seduta sul divano da ore. A mangiare qualsiasi cosa si trovi intorno a me e che io riesca a raggiungere con la punta delle dita.
Il mio primo giorno libero dopo un mese. Sono proprio una sfigata del cazzo, non so se mi spiego.

Se ve lo state chiedendo, si, sono sempre pallida come una palla da ping pong.

Ho finito di lavorare.
Spero di aver finito di incazzarmi per almeno 12 ore di fila.
Il lavoro estivo è stressante, ma ti insegna un sacco di cose, ad esempio ho imparato quanto possa essere difficile scegliere un pacco di patatine. Ma se non avete mai lavorato in un bar, non sapete cosa vi perdete. I genitori assecondano i figli come se dietro di loro non ci fosse fila fino al bagnasciuga.
La gente è matta. Ma vabbè, non l’ho scoperto io.

Riguardo la fine delle cose, ho una mia personalissima teoria, che ho appena denominato la teoria del cerotto.

Quando hai un cerotto appiccicato da qualche parte e devi toglierlo, hai due alternative tra cui scegliere:

– strapparlo senza pietà, asportando strati di epidermide e soffrendo in silenzio con le lacrime agli occhi;
– strapparlo lentamente, un millimetro dopo l’altro nell’assurda convinzione che un dolore dilazionato in un arco di tempo più ampio faccia meno male.

Io sono una masochista del primo tipo.
Odio i saluti.
Non sopporto quei momenti in cui ti fermi, ripensi a tutto e ti sembra tutto splendido e perfetto. Quei momenti in cui ti rendi conto che nulla era così importante da rovinare l’umore per giornate intere.
Quei momenti in cui maledici tutte le volte che hai sperato che il tempo passasse in fretta.

Sono ripartita senza concedermi neanche il tempo di salutare tutti.

Ciao mamma e papà.
Ciao sisters e brother.
Ciao Pelikano Beach Club.

Ciao a tutti, sono MikelAlice, oggi ho dormito e sono felice.
Ma che ne sapete voi!

Posso avere il tuo deserto?

Andiamo in ordine di priorità.

Punto nuMMero 1.
Mamma, ho deciso che non mangerò più il pesce.
L’ho deciso ieri, dopo essere stata all’Acquario di Genova.
Si mamma, sono stata a Genova.

Punto nuMMero 2.
Tizi dell’Acquario di Genova, ma con tutti i soldi che vi fottete per tenere in mostra i pesci come se stessimo al circo, vasche più grandi no?
Cos’è, compattati sembrano di più e più grandi?
Se vi chiudessi io in una doccia 4×4 a fare la pubblicità del silicone sigillante a vita, con i ragazzini che battono le mani sul vetro e fanno foto al vostro pesce morto, avreste ancora il coraggio di esibire quel sorriso da cazzo?

Punto nuMMero 3.
A giorni scenderò a casa. La famigghia sarà già riunita ad attendermi e vorrei una Raffaella Carrà sulla porta ad annunciare il mio ritorno nel natio borgo, dopo sette mesi.
Vorrei fortissimamente, vorrei.
I fazzoletti li metto io, nel caso dovessero servire.
Comunque vi comunico che sono già pronta con l’etichetta con il nome sulla maglietta, per dare tempo a genitori e prole varia di abituarsi alla mia presenza.

Punto nuMMero 4.
A giorni tornerò a lavorare nella ridente Vieste. Dove tutti sono in vacanza, abbronzati, sorridenti e frustrati perchè c’è vento. Rassegnatevi e non venite a lamentarmi da me perchè se questo è il massimo del vostro dramma, spero vivamente che, per le vostre vacanze, becchiate la settimana più piovosa dell’estate!

Ora, prendete carta e penna e scrivete:
gli abitanti di Vieste, sono viestani, non viestesi o viestini o altre deformazioni che vi vengono in mente. Vie-sta-ni!
E, detto tra noi, viestesi va per la maggiore, quindi non sentitevi fighi a dirlo, non fa più ridere dal 1982.

Detto ciò, nel caso le nostre strade dovessero incrociarsi, sono certa che mi riconoscerete dalla lunaticità, oltre al fatto che la sera, io e il mio colorito da zombie risplenderemo sotto la luce della luna come un catarifrangente. Non voi, tutti abbronzati che vi confonderete al buio!

Ma questo già l’avevo detto.
Buone vacanze bella gente!

Ps Nel caso ve lo stesse chiedendo, il titolo non ha senso. E’ solo la canzone che ho in testa da giorni. La mia personalissima hit dell’estate.

Non sapevo cosa fosse una startup quando ho cominciato..

Io me lo ricordo bene quel giorno. Era lunedì 12 marzo.
E’ stata la prima volta che ho risposto al telefono pur stando a lezione.
A monosillabi, ma fortunatamente ho risposto.

Se la prima impressione è quella che conta, credo di essere passata come una con dei problemi non indifferenti.
Se il destino esiste, quel giorno era chiaramente schierato dalla mia parte!

Al colloquio ero nervosa e cercavo di distogliere l’attenzione ogni volta che Eddy mi chiedeva l’indirizzo del blog.
Come minimo nella prima riga che avrebbero letto ci sarebbero state 10 imprecazioni. Come giocarsela malissimo, inZomma.

Dopo il colloquio avevo pensato che se non mi avessero richiamato ci sarei rimasta male. Davvero.

Era bella l’idea. Era interessante.
Ma soprattutto era bello sentire l’entusiasmo di chi ne stava parlando. Quel fiume di parole di chi vuole spiegarti tutto perchè vuole farti capire tutto, coinvolgerti.
Ecco. Era la sensazione di essere coinvolta, era la sensazione di poter partecipare attivamente ad un progetto.
Erano le parole magiche di chi ha detto che non cerchiamo qualcuno che risponda al telefono o faccia caffè, cerchiamo qualcuno che collabori con noi, davvero.

Il 19 marzo eravamo tutti lì, carta e penna in sala riunioni. Senza computer!
Per giorni non sono riuscita a ricordare neanche un nome, ma non potevo dirlo a nessuno. Per comunicare aspettavo che gli sguardi si incrociassero, e per far incrociare gli sguardi fissavo la gente come una stalker.
Se l’album delle figurine l’avessimo completato prima, avrei studiato a casa!

Poche parolacce.
Poche pause.
Pochi caffè.

Sembravamo gente apposto.

Oggi sono passati tre mesi e io non riesco a crederci.
MeetingLife è diventato l’argomento dominante delle mie conversazioni.
Il posto dove ho voglia di andare quando non supero gli esami.
I sorrisi che voglio vedere la mattina.

Non credevo sarebbe stato così, era uno stage. Ora è qualcosa di più.

Volevo ringraziarvi per questi mesi.
Perchè avete una pazienza disumana.
Sopportate i miei vaffanculo.
La mia lunaticità.
I miei database indecenti.

Perchè lo spirito di MeetingLife è quello che si respira in un ufficio senza gerarchie e senza l’imbarazzo di fare domande anche per la cosa più stupida in assoluto.
Questo è il vero valore aggiunto che non esiste altrove.

Non voglio imparare cose perchè in altre aziende lo richiedono. Voglio imparare cose per continuare a farle con voi!
Anche se..io avevo proposto di fare finta di abbandonarvi all’improvviso, così, solo per vedere se sareste svenuti..

..
..
non è vero, era solo per avere la maglietta!

Grazie Cinquenove. Grazie Festa.

Liberamente

Sono a casa da sola, da ieri. I miei coinquilini si sono sparpagliati in giro per l’Italia e io studio ammorbando l’anima alla pianta di basilico.

Dicono che bisogna parlare con le piante, io gli ripeto i primi capitoli del libro di Analisi dell’opinione pubblica. Sono quasi certa che potrebbe essere il primo esemplare di pianta suicida. A tratti si sta seccando, ma ho deciso che deve soffrire con me, quindi continuo imperterrita. La chiamano solidarietà, e lei ne è la vittima.

InZomma la vita procede lenta, come le canzoni di Zarrillo che entrano dalla mia finestra aperta. Come le canzoni della messa che ieri entravano dalla mia finestra aperta. Come la ricerca di qualcuno che mi prepari il caffè.

Sono nel bel mezzo della sessione d’esame. La vita è diventata improvvisamente monotona e merdosa. Io isterica e ansiosa. L’altra sera ho scapocciato. Capita. Lasciatemelo fare!
Sono uscita con due amici. Siamo stati in giro tutta la notte. Sono tornata a casa alle cinque e mezza per prendere un asciugamano ed andare a Torvaianica con loro.
Ci siamo stesi in riva al mare.
L’aria era ancora troppo fredda per togliersi la felpa.
Ci siamo addormentati vestiti. Uno a fianco all’altro.
La testa sull’asciugamano, il corpo nella sabbia.
Il rumore del mare.

Prima di chiudere gli occhi ho fissato il cielo.
Ho respirato a pieni polmoni quel senso di leggerezza. Libera mente. Mente libera.

Mi sono svegliata con la faccia nell’asciugamano, i capelli mi coprivano completamente il viso. Probabilmente vista dall’alto sarò sembrata un mucchio di alghe secche trascinate dalla corrente.
Ero ancora imbacuccata nella felpa e completamente sudata.
Mi sono seduta a mi sono guardata intorno. Il mondo era in spiaggia ad urlare e ungersi sotto il sole delle 9 di mattina. Sono rimasta così, a coccolare la mia autostima mentre affondavo le mani nella sabbia bollente.

– Buongiorno Miky! Che stai facendo?
– Guardo le ragazze!
– Perchè? Guarda un pò quei manzi!
– Ssshhh, sto risollevando la mia autostima!

Abbiamo fatto colazione al lido continuando a parlare di qualsiasi cosa.
Sono stata bene. Sono stata me. Senza compromessi.
Questo è il lato della zitellagine che amo e a cui non ho più intenzione di rinunciare.
Mi sento molto più Clementine, che Alice. Molto di più.

Siamo stati felici tutti e tre, perchè si può essere felici anche solo condividendo qualcosa.

Sono tornata a casa all’una e mezza e ho iniziato a studiare.
Dopo un secchio di caffè.

Clementine: Io non sono solo un’idea, Joel, ma una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale, non sono perfetta.
Joel: Non riesco a vedere niente che non mi piaccia in te, ora non ci riesco.
Clementine: Ma lo vedrai, ma lo vedrai! certo col tempo lo vedrai, e io invece mi annoierò con te, mi sentirò in trappola perché è cosi che mi succede!

[Eternal Sunshine of the Spotless Mind]

Poco comunicativa

Non sono scappata verso mondi migliori, sono solo più incasinata di prima. La mia vita richiede la mia presenza incessantemente, e io non posso deluderla.

Ricominciamo da dove avevamo lasciato.
La pillow fight.
E’.
Una.
Figata.
Come tutti gli anni, ma io sono uscita di casa disarmata di cuscino perché sembrava che Roma stasse affrontando la stagione dei monsoni, finchè io non sono sbarcata a piazza Santa Maria in Trastevere. Ovvero, quando è uscito (un seppur pallido) sole. Il mio ruolo di soprammobile è stato relegato ad osservare l’uomo fagiolino che se la battagliava con i bimbetti, senza poter reagire!

La mia sister gnocchettosa è sbarcata nella Capitale per qualche giorno di fuoco. Siamo state al concertone. Abbiamo ballato, cantato, urlato per un tempo indefinito. Mentre ci apprestavamo a placare i bollenti spiriti sbattendoci sullo scalino del marciapiede, mi hanno sparato Karma Police, e..for a minute there, I lost myself, I lost myseeeeeelf!

Oggi è la mia giornata della sensibilità. La sister mi ha abbandonata. Ho pianto in stazione prima che salisse sul treno. Mentre saliva. Mentre si allontanava nel corridoio. Mentre partiva. InZomma, la storia si ripete, sempre uguale a se stessa.

E poi ci sono loro che mi rapiscono. Quelli che pinnano come se non ci fosse un domani, che hanno follower che li seguono per strada, che sherano le birre e che mi chiamano MikelAlice quando siamo in diretta in analogico. Quelli che aspettano che io scriva una mia presentazione in 4 righe. Lasciandomi dubbiosa sulla fattibilità dell’accoppiata ‘sensata-senza parolacce’.

Oggi c’ho pensato, io so quello che voglio fare da grande. Esattamente quello che faccio adesso, a MeetingLife.
Cinquenove, goditi questa dichiarazione shock, perché se dovessi richiedermelo, continuerò a risponderti che voglio fare la pianta grassa.

Io non dico cose carine, sbuffo, mi trascino in giro per l’ufficio e sono una lunatica di merda. Poco comunicativa. Non benissimo (cit.)

Atac merda

Qual’è il femminile di Controllore?
Controllatrice?
Controllora?
Stronza in divisa?
Boh, fate voi.

Sta di fatto che, l’altro giorno una stronza in divisa mi ha multato sull’autobus, non perchè non avessi l’abbonamento, ma perchè ce l’avevo, ma non avevo nessuna certificazione che mi autorizzasse ad avere quello ridotto. Perchè non sono residente nel Lazio. Perchè mi ero dimenticata le carte della Borsa di Studio a casa.
Sono una cretina, mai detto il contrario.

Vabbè tutto si sarebbe potuto risolvere con un ricorso all’atac di merda. Fotocopiando tutti i documenti in mio possesso compreso l’abbonamento sotto accusa.
Bene. Qual’è il problema.
La vita è semplice, poi arrivo io con le mie cazzate e la complico.

Stamattina la genialata.
Apro il mio portafogli, che contiene di tutto tranne che roba utile. Scontrini, foglie di alloro, biglietti, carte a cazzo, post it e minkie varie. L’unica cosa che tra tutta questa merda attira la mia attenzione, è l’abbonamento di marzo. Ma cosa cazzo me ne faccio di questo misero foglietto?! Sai che ti dico, lo butto. A casa? Ma certo che no. Nel secchio all’angolo della strada.

Torno dallo stage.
Realizzo la cazzata solo quando vedo la multa sulla scrivania.
Impreco.
Impreco.
Impreco.
Torno per strada ad importunare quelli dell’ama che stavano lavando la strada.

– A’ signorì finimo de pulì e te aprimo er secchio.

Bene. Sono ufficialmente una barbona accattona.

– Ma che devi da cercà?
– Stamattina ho buttato la tessera dell’autobus.
– A che ora?
– Alle nove, più o meno.
– No allora nun ce stà più. Svotano i secchi alle dieci e mezza.
– Ma è pieno.
– A signorì stamo a Roma de qua ne passa de gggente.

Ho pensato di elemosinare un abbonamento senza nome, con un annuncio disperato da qualcuno di indefinito.
Sulla multa c’è il numero della tessera che ho buttato.
Sono una rincoglionita di merda.

E non me lo dite, sono consapevole che il problema io l’ho creato, io ho pensato di risolverlo, io l’ho complicato. Ma me ne sbatto. Odio i controllori e le stronze in divisa!

Ah, il mio Controllore non lavora all’atac di merda.
Vado a cercare di capire se è l’ennesima sfiga di merda o una benedizione!

Ps Nel caso doveste provare a chiamarmi per ridermi in faccia, sappiate che non risponderò al telefono fino a settembre.

Momento pesantezza

Parentesi culinaria.
Oggi, su Radio 105, dibattevano sul fatto che passano più tempo ai fornelli gli uomini rispetto alle donne. Un ascoltatore ha chiamato in diretta per dire che la moglie torna a casa da lavoro, si butta sul divano, accende la televisione e chiede al marito cosa c’è per cena.
Io alle nove di questa mattina ho scoperto da grande cosa voglio fare. La viziata. In più però, prima di sbattermi sul divano, voglio una birra. E adesso gli uomini non mi venissero a dire che è ingiusto e che si sentono sfruttati. Non si lamentassero, non è niente di sconvolgente, è solo un ribaltamento di ruoli! Prima o poi si arriverà alla parità. Ne sono certa. Per ora siamo nella fase vendetta, abbiamo secoli di pasti da riscattare.

Ad ogni modo, il punto non è che in questo periodo del mese odio il genere maschile. Mi pare scontato. Il punto è che, un giorno (non altrimenti definibile) ho deciso di comprare la verza. (Ebbene si, folli spese).
Ieri, ho sentito che era arrivato il giorno propizio per cucinarla.
Ho trovato una ricetta.
L’ho letta accuratamente.
L’ho ignorata.
Ho fatto come minkia mi pareva.
Ho creato una roba immangiabile.

Se dovessi prendere altre iniziative del genere, abbattetemi prima che mi avveleni da sola!

Per riparare al danno fatto, oggi sono andata a svaligiare il reparto ‘verdure’ del supermercato (qua sono tutti carnivori, qualcuno lo deve pur fare). Ho beccato una massa di adolescenti del cazzo che strillavano dal reparto surgelati al reparto dolci..cafoni! Il sublime dialogo recitava:

Principe: Daje amò! Ma pure er dolce voi! Sbrigate che se scongela a’rrobba!
Principessa: Aò ma che voi? Mì madre ha detto de prendeme quello che me pare! E poi che voi di? Che me stò angrassà?
Principe: C’è, ma tu non stai bbbene! Mica te stò a di gnente, magna quanto te pare ma sbrigae a sceglie che poi, se famo tardi tu madre rompe er cazzo a mme. Daje!

A parte che, l’italiano non è letale, se lo usi al massimo ti civilizzi e poi..perchè a quell’età hanno l’usanza di marchiarsi come vacche con dei succhiotti dalle dimensioni improponibili? Per testimoniare l’esistenza della dolce metà? Non mi pare sia necessario, si distinguerebbe tranquillamente per grazia e femminilità anche in piazza San Giovanni nel bel mezzo del concerto del 1 maggio!

Io non mi sono fatta mai marchiare da nessuno. Mi sa che sono sempre stata out. Terribilmente. Fortunatamente.
Ah, e non ho mai sparato musica house sull’autobus con il cellulare. Si lo so, ho avuto un’adolescenza triste. Terribilmente. Fortunatamente.
Ah, non ho mai limonato sull’autobus rischiando di farmi strozzare dalla lingua della mia dolce metà. Che ci posso fare, mi è sempre piaciuto respirare!

Non avrò figli. Se dovesse succedere, li farei sopravvivere all’infanzia solo per schiaffeggiarli nell’adolescenza.

Si. Se ve lo state chiedendo, sono in balia degli ormoni impazziti. La chiamano fase pre-mestruale, io la definirei solo “la mia versione più acida e nevrotica”. Ieri ho iniziato una conversazione con il Controllore introducendo il momento pesantezza. Del tipo: Buonasera. Che fai? Sei pronto per il momento pesantezza? Penso abbia tremato e abbia provato l’istinto di mangiarsi il telefono, tasto dopo tasto. Non uno alla volta tutti insieme, nella speranza che il cancelletto lo strozzasse. Ma non posso dirlo con certezza. Però, ha cercato elegantemente di cambiare discorso, di distrarmi, ma non può fuggire al momento pesantezza. E’ la regola.
Una volta al mese gli tocca. (Almeno una volta al mese).
E tocca anche a voi.

Niente

“Comunicare. E’ la prima cosa che impariamo davvero nella vita. La cosa buffa è che più noi cresciamo, impariamo le parole e cominciamo a parlare, e più diventa difficile sapere cosa dire o peggio, ottenere quello che davvero vogliamo”.

Sono una persona naturalmente votata alla non violenza. In anni di duro lavoro per mantenere attivo questo proposito pacifista, ho sviluppato la capacità di sopportare. Una grande capacità. Grandissima.

Sopporto le conversazioni basate sul niente.
Riesco a fingere di crederci.
Fingo di farmi prendere per culo.
Posso fingere di non capire.
Ma pensa..che persona non-belligerante che sono!
Non cerco discussioni, certe giornate fanno abbastanza schifo senza nessun bisogno di un apporto extra.

Io sorrido cortesemente e ingoio il rospo anche quando mi prospettano un futuro ricco di corna, degne del più popoloso cesto di lumache in circolazione.
Al massimo spero che ti strozzi mentre mangi.
Continuo a fingere di non capire.
Passo per stupida.
E’ l’unica finzione che mi riesce bene.
La sfrutto al massimo.
Do il meglio di me.

E poi ci sono quei giorni in cui mi rompo il cazzo di fingere, di passare per stupida e di sopportare. Sono esattamente quei giorni in cui vorrei solo avere una mazza chiodata per spaccare i denti a qualcuno. A chi sbraita perchè il suo finto niente lo deve urlare, pensando di essere più convincente.
Ma non posso.
Purtroppo.

Allora vi chiedo una cosa. Solo una.
Fate un favore all’umanità.
Ammazzatevi da soli! Tutti quanti!

Sono una brutta persona e me ne sbatto!

L’avete mai fatto?
Avete mai fatto il vento?

Se non l’avete fatto, fatelo!
Funziona più o meno così, ma senza lasciare soldi sul tavolo.
Se siete tre donne, per i camerieri è decisamente meglio. Avranno più insulti da lanciarvi contro quando troveranno solo una sciarpa sulle sedie!

Direttamente dalla rubrica Pratici consigli per una vita viva!

Il gioco dell’oca

Ultimamente ho bisogno di distrazioni.
Per mettere in atto questa diabolica intuizione, mi sono data all’arredamento di interni. E per interni, intendo la mia stanzabucodiculo. Non c’è molto da arredare, perchè semplicemente non c’è neanche spazio per respirare, ma le sfide impossibili mi affascinano.

Il Controllore mi ha regalato un numero indefinito di metri di sughero. (Ovviamente indefinito solo ai miei occhi). L’ho inchiodato al muro, con la rinomata capacità di una donna con il martello in mano, in piedi su una sedia, con problemi di equilibrio. Ho piantato chiodi amminkia dove capitava. Ho pensato che nessuno li vedrà mai e che se reggono potrei essere la nuova testimonial delle campagne Leroy Merlin! La rivincita delle donne. Poi mi mancherebbe solo di guidare da dddio e olè sfatati i miti del maschilismo. (Sottolineerei il solo).

Quindi niente, ho piazzato il sughero e l’ho tappezzato di foto. Tante. Di tutti di più. Un pò di serate, un pò di compleanni, un pò di amici, un pò di famiglia, un pò di Controllore.

Ieri sono andata a mangiare minestrone frullato a cena dalle mie amiche storiche. Ci siamo aggiornate sulle nostre eccitanti vite. Abbiamo parlato anche delle foto, oltre che di problemi di calvizia!

Oggi ho insultato mia sorella la gnocchettosa. Su skype. Un’esperienza da provare, soprattutto se lei non accende la webcam e a me sembra di parlare tutto il tempo davanti allo specchio. La notizia principale è che sono riuscita finalmente ad attirare la sua attenzione. E’ bastato un messaggio privato su facebook al momento giusto, che con le parole giuste enunciava la mia volontà di staccarle la testa come se fosse una gallina e il mio ammOOre racchiuso in un ‘ti lovvo stronzissima latitante’. Ebbene si, le minacce portano ai risultati.

Ultimamente mi sento come se stessi lievitando. Tutta colpa della quantità disumana di chili che sto accumulando e del periodo mestruale cavalcante. Il Controllore dice di non notare il fatto che sto assumendo le sembianze di cactus basso e chiatto. E’ la cosa più bella che un maschio possa dire ad una femmina lanciata sulla strada dell’intacchinamento sfrenato! Sono consapevole che non lo dirà per sempre, quindi sto cercando di placare i miei attacchi di fame, dato che non so come fare per prendere a calci in culo il mio metabolismo morto.

E da qui torniamo alla prima riga.

Tutta la vita davanti

Pensavate che qualcuno mi avesse richiamato, dopo mesi di lancio del curriculum a chicchesssia e che la mia carriera togliesse tempo al blog?! Ebbene no. Sono stata impegnata ad elemosinare lavoro a destra e a manca. Credete che l’abbia trovato e che sia tornata qui per allietarvi con pettegolezzi sui colleghi? Levatevi quel sorriso ebete dalla faccia. Non è successo nulla di tutto ciò, sappiatelo. Sono ancora disoccupata. L’incarnazione della crisi. Ho Tutta la vita davanti, ma nel senso che gli ha dato Virzì.

Ho mandato curriculum per qualsiasi tipo di lavoro. Ho escluso solo le categorie: badante, baby sitter, accompagnatrice, ballerina di lap dance, call center di telemarketing, colf, sicurezza armata, procacciatori di affari per agenzie immobiliari. A quanto pare sono pretenziosa.

Io e la mia inutile laurea ci troviamo a competere sul mercato del non-lavoro con diciannovenni del cazzo, mezze nude, che non sanno parlare italiano, ma strascicano un lessico strano in un romanesco a dir poco grezzo, e non studiano. Perchè oggi ho scoperto che chi studia è penalizzato.
All’ennesimo colloquio-buffonata, mi hanno detto:
“Ah, ma lei studia?! Ma se lavora poi come fa a studiare?!”
Cos’è adesso gli sfruttatori si preoccupano per gli sfruttati? Da quando si prendono in considerazione le esigenze della plebe? E poi, scusate tanto ma secondo voi, io l’affitto come dovrei pagarlo? Vendendo le mutande usate su e-bay?

Quindi niente, alla fine ho avuto una crisi nervosa. Al millesimo lefaremosapere, mi è scesa una lacrima. Forte e chiara. Una sola. Per tirarmi su di morale, sono entrata in una libreria.
Ho vagato senza meta per un pò. Ho trovato un paio di libri che ho nella mia lista dei desideri di Anobii. Mi sono lasciata ipnotizzare dalle foto delle guide turistiche, mentre Charlie Chaplin sorrideva dal muro alle mie spalle. Avevo trovato il mio limbo in cui credevo che nessuno mi avrebbe potuto disturbare. Una stronzata. I coglioni arrivano ovunque.

Mentre guardavo le foto sulla guida per Dubai, sento uno al banco informazioni:
Scusi non riesco a trovare La coscienza di Zeno. Ho un dubbio, ma, è di Pavese?
Io mi giro di scatto.
Il tizio al banco alza la testa.
Lo guarda sconvolto.
Mi guarda sconvolto.
Lo guardo sconvolta.
Mi giro e me ne vado.

Sono tornata a casa con il tram. Un’ora di tram. Non mi sentivo propensa ad imboccare anche il tunnel della metro. Avevo bisogno di vedere che la città non è quella delle cartine del sito dell’atac e che i percorsi non necessariamente sono imposti. Roma me lo doveva! E poi, non ho pagato il biglietto!

Charlie Chaplin