Je ne parle pas français.

Sono in Francia da un po’.
Diciamo il tempo necessario perché tutti si aspettino che io parli un francese da paura che invece, palesemente no.

Grazie alla mia incapacità nell’esprimermi fluentemente in questa bella terra straniera, ho avuto modo di concentrarmi e collezionare momenti di assoluta meraviglia verso parole nuove pronunciate con un suono dolce e gentile, e altrettanti sorrisi per le parole che sembrano richiamare al dialetto barese.
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7 mesi e stò. In giro.

Per tutto quello che è scivolato e sta scivolando via.
Per i sorrisi sinceri che ho regalato e tutti quelli che ho incontrato.
Per le sere nei posti lontani e sconosciuti, per le mattine con i ricordi confusi.
Per avermi svelato quanto profonda possa essere una mancanza e quanto sbagliato possa essere un ritorno.
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I done it. I miei primi due mesi.

Ho girato in tandem lasciandomi guidare da un americano.
Ho dormito in tenda nel giardino di una casa, sotto il cielo stellato di una Francia ferita a morte.
Mi sono lasciata illuminare dalle notti che tardavano ad arrivare, e le luci spente già all’imbrunire.

Ho viaggiato per 18 ore in autobus e, tra una sosta e l’altra, ho conosciuto gente nuova.
Ho incontrato uno dei ragazzi di Occupy Stuttgart. Uno dei centinaia di militanti contro la speculazione alimentare. Uno di quelli che lottano per una cultura democratica reale, per la sostenibilità economica e ambientale, per un’informazione più veritiera e meno di parte. Uno che crede in quello che fa e non smette di farlo.
Mi sono lasciata affascinare dai racconti della loro resistenza e mi sono lasciata invitare nella loro sede centrale.
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Passi lenti e pensieri forti. La mia nuova Parigi.

La prima volta che sono stata a Parigi ci sono andata con Raffaele.
Il classico ragazzo che ti gireresti a guardare per strada.
Quello che con il sorriso più bello del mondo e che appena conosciuto rapisce la tua attenzione.
Lo stesso che non pensi possa mai considerarti.

Siamo partiti insieme. Avevamo prenotato il volo dopo il mio esame di Linguistica Italiana. Avevamo organizzato l’itinerario dei posti da vedere e come arrivare ovunque, orari e prezzi per ogni cosa.
Eravamo felici e totalmente eccitati.
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Bruxelles, Orléans, Trastevere. No stop.

Ho viaggiato da Bruxelles ad Orlèans con un ragazzo francese.
Anthony mi ha regalato la prima esperienza di un viaggio silenzioso, rotto solo dal suono delle nostre risate, quelle di quando provavamo ad esprimerci a gesti, sentendoci ridicoli.
Quando, il non riuscire ad esprimersi in una lingua comune diventa un muro di gomma sul quale rimbalzare.
Con cui giocare.
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Bruxelles, l’alba di un cambiamento

Bruxelles è una città in rinascita.
Un centro pulsante di vivacità irriverente.

Una regione poliglotta e interculturale, che racchiude sotto lo stesso cielo le comunità olandese, tedesca e francese.
Una città aperta al cambiamento e alla diversità, come non avrei mai immaginato.

L’ho attraversata per qualche giorno. L’ho sfiorata dall’alto dei miei pregiudizi, che l’hanno da sempre considerata un centro poco attraente e di scarsa importanza.
Così, scettica e disinteressata, ho conosciuto Paul e con lui una nuova chiave di lettura della storia di questa capitale.
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Under England sky

Un cielo che non lascia intravedere niente.
La luce riflessa che acceca senza mostrarsi.
Il vento fresco che mi corre addosso, timido.
Fuori stagione.

Uno zaino di 12 Kg, da cui ho cercato di eliminare qualsiasi cosa.
I pensieri che mi riportano al punto di partenza, come le onde del mare freddo di un nord sconosciuto.
Un’estate che non c’è.
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WorkAway. La mia prima volta

Le scelte sono scommesse, ma non sempre si ha la fortuna di puntare sul cavallo vincente.
Purtroppo, o per fortuna.

Workaway è un valido strumento per chi decide di evadere dalla quotidianità.
E io, modestamente, evasi.
Un accordo che prevede un lavoro non retribuito in cambio di vitto e alloggio, senza contratti ufficiali, è solo un accordo tra sconosciuti.
Un accordo come tanti.
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Tell me your story

– Where are you from?
– I’m from Italy.
– Can I sing an Italian song for you?
– Sure!

Dover mi ha accolta così. Con un sorriso innegabile e l’abbraccio stretto di chi si è fatto carico del mio zaino per accompagnarmi in Ostello, dopo aver attraversato i paesaggi del Kent.

Dover è una città che si trova sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Una città che si tuffa nell’oceano dall’alto delle sue bianche scogliere.
Ho scoperto la sua esistenza grazie a WorkAway. Un sito di annunci internazionali, che mette in contatto viaggiatori, con ostelli, famiglie o fattorie. Le strutture cercano aiuto nella gestione delle loro faccende, offrendo in cambio vitto e alloggio. Offrendo la libertà di scegliere il periodo di permanenza, senza contratti, senza limitazioni.
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Voce del verbo succedere

Ho deciso di partire.
Ho deciso quando mi sono resa conto di non avere vincoli, ma solo abitudini.
Quando, per l’ennesima volta, ho sentito la mancanza di qualcosa.
In una storia senza futuro, in un lavoro senza prospettive, in una piazza senza più stelle.

Ho pensato che l’unico modo per cambiare questa vita, fosse quello di iniziarne un’altra.
Così, ho scelto di partire.
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3 Cose che porterò per sempre in giro. Il mio Portogallo.

Ho fatto un viaggio. Un viaggio vero, di quelli che ti attraversano dentro e ti segnano.
Di quelli che graffiano.
Di quelli che ti prendono per mano e ti accompagnano sulla riva dell’oceano e ti lasciano lì. Sola. Continua a leggere

Wind Of Change

La prima volta che ho fatto un viaggio con BlaBlaCar è stato per andare a Milano, qualche anno fa.

L’idea era quella di raggiungere una destinazione, ma in realtà volevo solo fare un viaggio.
Avevo voglia di stare con gente diversa, e me la sono andata a cercare così. Continua a leggere..

Roma Mon Amour

Per un certo periodo mi sono frequentata con un ragazzo.
Non uno di quelli che ti gireresti a guardare per strada, uno di quelli che quando sorride ha una piccola ruga che si forma al lato degli occhi.
A me piaceva fissarla in silenzio, mentre lui la mostrava in mezzo alla gente. Continua a leggere..

Continuavano a chiamarla Doc!

Tralasciando la mia personalissima insofferenza verso l’inutile discussione, siamo qui riuniti per informare il gentil popolo che la primogenita diventa dottoressa. Ancora, e fortunatamente per l’ultima volta. Spero.

Siamo pronti? Siamo carichi??

Il pacchetto gioia e felicità include:
– uno splendido viaggio a/r verso l’Università del Salento (micaPizzaEFichi);
– due giorni a stretto contatto con l’allegra famiglia;
– numero indefinito ed indefinibile di domande del tipo: quando ti laurei, quanti esami ti mancano, quando hai gli esami, perchè non ti stai laureando anche tu oggi?
– numero indefinito ed indefinibile di sguardi complici con l’altra sorella (la gnocchettosa), con conseguente scambio di battute del tipo: ma perchè fa sempre le stesse domande? Ma dobbiamo rispondergli? Ma perchè gli rispondi ancora? Ignoralo, prima o poi smetterà. Cantiamo una canzone?
– una discussione pressochè incomprensibile in Genetica;
– pianti e lacrime a volontà;
– disidratazione;
– invidia per l’ambito secondo pezzo di carta;
– abbabbaggio mosche a volontà per le vie del salento;
– rientro nella sorridente Vieste, (indovina un pò? Ad abbabbare le mosche!);
– festeggiamenti per essere sopravvissuti alla guida spericolata di Ninì e alla simpatia travolgente dello struzzo.

Il quadro della situazione può sembrare inquietante, ma in realtà c’è stato di peggio. Vado ad impegnarmi nella stesura di un biglietto d’auguri, uno dei miei soliti, lungo quanto un rotolone regina, uno di quelli che per essere letti hanno bisogno di una mezza giornata di attenzione. Penso che opterò per decantarlo durante le ore di viaggio, tra un “guida piano”, “quanto manca per arrivare” e “fermati che devo fare pipì”. Quando staremo tutti in macchina e nessuno potrà scappare sfruttando futili scuse. Lo so, è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare! Per fortuna l’allegro coinquilino mi offre questo allegro sottofondo che aiuta a delirare meglio.

Problemi di separazione

– Scusi, devo stampare la carta d’imbarco.
– La stampa si paga.
– Vabbè devo partire, quindi..
– Costa 40 euro più iva.
– EEEEEHHH????
– Quando deve partire?
– Adesso.
– No vabbè, allora non posso fare niente. Posso accedere al sistema fino a 4 ore prima della partenza. Ormai ha perso il volo.
– EEEEEEHHHH????

Allora, premesso che sono le sei di mattina, è domenica, sono a Bergamo e c’è la nebbia. Quindi, è già una giornata del cazzo!
Tu sei una tristissima dipendente di Ryanair, che è un’idea triste già di suo, senza prendere in considerazione i colori osceni delle divise.
Premesso che non è un problema mio se ti hanno appioppato il turno di mattina e che, stanotte evidentemente ti si è scaricato il vibratore.
Premesso ciò, ti volevo dire, che sei una cretina!

Ma non te l’ho detto. In realtà, non me ne fregava niente del fatto che rode più a te che a me stare in quell’aeroporto. In realtà avevo altro a cui pensare.

Il Controllore mi guarda. Io lo guardo. Noi ci guardiamo.

Io: mi viene da ridere. Sto cercando di contenermi.
Lui: io piangerei (sorride).
Io: ..bene. Caffè? (sorriso dormiente).
Lui: ovvio (sorriso normale).
Io: inZomma non era destino (sorriso idiota).
Lui: la tua è solo una scusa per restare (sorriso smagliante, nei limiti di quelli proponibili all’alba). Comunque ci potevi pensare prima di farmi svegliare alle 4.30.
Io: beh, si. Scusami (sorriso imbarazzante).
Lui: non ti preoccupare (sorriso accattivante).
Io: (Sbav!) (sorriso ebete + sguardo languido).

Il piano di riserva è stato (in ordine sparso): pensare qualcos’altro che mi riporti a casa il prima possibile. Meditare vendetta contro la Ryan. Pensare a quanto siamo bellini mentre ci sorridiamo con gli occhi ancora incaccolati. Odiare quella repressa del bar che per poco non mi lanciava il cannolo siciliano dietro, probabilmente acida per gli stessi motivi della prima cretina.

Siamo tornati a casa fingendo di non essere usciti un’ora e mezza prima come due invasati per correre all’aeroporto e lasciar partire l’aereo senza opporre particolare resistenza.

Lui: spero non scriverai di questa storia.
Io: naaaa! Ma ti pare?!

Il Controllore si è reso utile all’umanità andando a lavoro.
Io ripartirò in treno, se mai dovessi riuscire ad alzare il culo dal divano.

Ps L’uomo-Controllo è lo stesso soggetto di cui parlo qui. Se ve lo state chiedendo, è così. Non ci siamo ancora uccisi a vicenda. Esultate gente!

Milano-Roma, il ritorno

E fu giorno e fu notte. Eravamo io, il mio livido sul ginocchio, due felpe (che mia sorella la gnocchettosa mi ha proibito di usare), due maglie sporche (che ho elegantemente evitato di usare), un numero indefinito di mutande, (che ho mollato qua e là in giro per casa, per destabilizzare la gnocchettosa), il libro per l’esame di pubblicità, (che aveva il triste compito di placare i miei sensi di colpa galoppanti, ma che ufficialmente aveva voglia di vedere posti nuovi). Abbiamo conquistato Milano.

Nonostante i vani tentativi della gnocchettosa di rendermi femminile, sono riuscita ad uscire vestita da uomo, con una maglia di lana e ad avere freddo. Inutile dirlo, questa è classe, o probabilmente sto con un piede nella fossa, ma ancora non lo so.

Vabbè, a parte questo, ci tengo a mettere le cose in chiaro: Milano mi sta sul cazzo. I barman non ti guardano in faccia mentre li importuni, i milanesi ti chiedono di cantare Venditti perchè vieni da Roma, le cameriere ti ripetono ossessivamente di scendere dalle panche mentre durante il karaoke, urli ubriaca (fuori tempo) frasi inventate di canzoni improbabili. Poi parliamone, a Milano fa UnFreddoDellaMinchia! Avrei passato volentieri il tempo appallottolata sul letto a mangiare biscotti no-stop e a guardare la muffa crescermi intorno, ma non potevo perdermi asssssolutamente lo spettacolo della nebbia di mattina. A ora di pranzo. Il pomeriggio dopo pranzo. La sera. La notte. Si, lo so cosa state pensando: potevo restarmene tra i cumuli e le macerie di Roma, ma poi di cosa mi sarei potuta lamentare? Qua è tutto così bello!

Ok. Pausa. Mi sono appena fermata. Ap-pe-na fer-ma-ta. Ci sto pensando. Milano ha qualcosa di bello. Ha i ricordi delle giornate che ho passato là.
Ha quel ramo del lago di Como (che sta a Como, ma per me non fa differenza).
Ha i nostri discorsi infiniti. Le parole che non bastano mai. Ha le parole che sono incapace di dire.
Il rumore dei nostri passi tra le strade affollate mentre mi perdo, ti chiamo con l’addebito e tu non ti accorgi del telefono che squilla e del fatto che io mi sia persa.
Ha il suono delle risate. Il silenzio dei sorrisi. L’imbarazzo degli sguardi.
Ha le frasi iniziate e lasciate in sospeso. Le frasi che era inutile completare perchè erano già chiare, tutti l’avevano capito tranne me che continuavo a sproloquiare.
Ha le lacrime che non vorrei mai più vedere. Ha i nostri abbracci. Le tue guance.
Ha te. Ha voi. Ha un pò di me.

Che sfiga di merda!

Epilogo

Il viaggio di ritorno è stato suggellato da una tristissima canzone dei Modà che come al solito parla una stronza rara e insensibile che molla da qualche parte un tizio disperato. Insomma la solita solfa. Sia chiaro, stato un processo indotto, io non ascolto queste cose. Indotto dal karaoke, dalla capiroska, e dal tizio che l’ha cantata..(o era una tizia?). In ogni caso, sono fermamente convinta che mi sia rimasta impressa perchè i Modà cantano a scatti e mi era facile seguire le parole. Anche se, le urla dei versi che ho lanciato sui pezzi in inglese non erano da meno! Mah, gli abissi della mente umana..

Vabbè torno alle mie riflessioni, finchè il neurone regge lo sforzo. Allo stato attuale sto ancora cercando di capire che giorno è. Che anno è. E se questo è il tempo di vivere con te.

Roma-Milano, l’andata

Milano ha invaso Roma..no, anzi.. forse Roma ha invaso Milano..mmmm..vabbè..

Non ho fatto altro che ridere ininterrottamente per tre lunghe notti. Ridere, non sorridere. Di quelle risate che ti tolgono il respiro e ti affannano. Quelle che vorresti non finissero mai! Però, finiscono.

Così mi sono ritrovata a sbattere la testa contro la dura realtà, mentre aspettavo che uno scassatissimo Intercity mi trascinasse dall’altra parte dell’Italia.

Durante il trascinamento, per una questione di coerenza, ho riso. Nel corridoio dello scassatissimo, mentre la gente mi spintonava (con delle valige grandi quanto il mio armadio). Nel primo scomparto dal quale sono stata sfrattata con eleganza da una signora napoletana, di una finezza sublime. Nel secondo che ho occupato facendo gli occhi dolci a chi aveva prenotato il posto, sperando che non mi cacciasse. E così è stato. Non so ancora se per pietà, viste le occhiaie, o per paura, dato che ridevo da sola.

Fatto stà che le notti romane sono passate. In fretta. Tanto. Troppo. In realtà non so neanche che giorno è oggi! Ma il viaggio è stata un’agonia. Ho avuto la sensazione che fossero passati un paio d’anni da Roma ad Arezzo. A quel punto non c’era una beata minkia da ridere, ma io continuavo imperterrita.

Vabbè, non lascio spazio alle sfumature. Ho capito che sono fraintendibili. Diciamolo chiaramente: sono stati dei giorni spettacolari. Inaspettatamente..(se ve lo state chiedendo, questo è un complimento, nel mio mondo). Quindi, dato che non mi va di aspettare altri dieci anni per rivedervi, sono fiduciosa di incontrarvi. Nella speranza che la nebbia passi e riesca a vedere al di là del mio naso. In ogni caso, spero che non siate partiti per fuggire lontani da me, perchè in quel caso vi è andata male. Sono a Milano!

Qui ogni pensiero vola!

Il Paese delle Meraviglie esiste, si trova vicino Viterbo e io ci sono stata!!

Mi rendo conto di non essere una fonte attendibile agli occhi di nessuno, infondo io sono quella che si lascia affascinare anche dalle zucchine rotonde, ma, credetemi, ho visto il Paese delle Meraviglie!

Il Parco dei Mostri di Bomarzo, ha solo il nome che può trarre in inganno. Io l’ho trovato fantastico. E’ una terra di mezzo, una linea di confine tra realtà e fantasia. Un limbo nel quale mi sarei potuta perdere, se non avessi avuto tre Ostiensi a controllarmi!

Lungo tutto il percorso del parco, ci sono delle enormi statue di personaggi fantastici e mostruosi. Nonostante siano delle creazioni datate conservano un’indubbia attrattiva. La spettacolarità sta nelle dimensioni di ogni scultura e nel fatto stesso che alcune di queste siano state danneggiate nel tempo, lasciando alla mia personalissima fantasia, la libera interpretazione dei soggetti, (nonostante la mappa del percorso sia articolata e descrittiva).

Dopo questo messaggio promozionale, passiamo alle cose serie. Mi sono innamorata, in ordine di apparizione, di:

– una tartaruga gigante;
– un elefante super-gigante;
– quel gran fusto di Nettuno;
– la bella addormentata nel bosco (un evergreen, non poteva mancare);
– quella che io (assecondata da due bambini) ho decretato fosse una foca;
– la bocca dell’orco, dove si creava l’eco della voce (oooooohhhh!!!).

Non mi è piaciuto un buco, che ho liberamente deciso che fosse (in ordine cronologico):

– un loculo per una tomba;
– una mangiatoia per i cavalli;
– un abbeveratoio per diversi animali, senza discriminazioni di sesso o razza;
– un buco scavato per consentire agli esploratori del parco, di espletare i propri bisogni fisiologici.

Non sono riuscita ad incontrare, nonostante l’abbia chiamato, invocato e richiesto per tutto il percorso..Gnomeo.

GNOMEO AND JULIET

A questo punto, a proposito cose non riuscite, mando un saluto speciale a tutti coloro che sono arrivati sul mio blog digitando sui motori di ricerca “odio l’impotenza”. Mi dispiace che in questa sede non abbiate trovato una soluzione al vostro problema, ma sappiate che vi sono vicina, con il pensiero.