Ho girato in tandem lasciandomi guidare da un americano.
Ho dormito in tenda nel giardino di una casa, sotto il cielo stellato di una Francia ferita a morte.
Mi sono lasciata illuminare dalle notti che tardavano ad arrivare, e le luci spente già all’imbrunire.

Ho viaggiato per 18 ore in autobus e, tra una sosta e l’altra, ho conosciuto gente nuova.
Ho incontrato uno dei ragazzi di Occupy Stuttgart. Uno dei centinaia di militanti contro la speculazione alimentare. Uno di quelli che lottano per una cultura democratica reale, per la sostenibilità economica e ambientale, per un’informazione più veritiera e meno di parte. Uno che crede in quello che fa e non smette di farlo.
Mi sono lasciata affascinare dai racconti della loro resistenza e mi sono lasciata invitare nella loro sede centrale.

Ho trascorso qualche ora in una stazione tedesca. Di notte.
Senza sapere realmente dove fossi. Senza che lo sapesse nessuno.

Ho cambiato due treni e due autobus per arrivare a Meuchefitz.
Mi sono goduta l’incoraggiamento della signora dello sportello informativo della stazione centrale di Berlino che, leggendo il mio itinerario di viaggio, ha sottolineato che avevo cinque minuti tra l’arrivo del treno e la partenza del primo autobus.
Cinque minuti per trovare l’autobus.
Mentre sorridendo continuava a ripetermi “you can do it. Do it!”
E l’ho fatto!

Ho dormito in una stanza con altre otto persone.
Poi da sola.
Su un divano, e poi su un altro ancora.
A casa di gente sconosciuta.
Poi in un furgone.
E mi è piaciuto un sacco.

Mi sono innamorata di un ragazzo tedesco con i dreadlock biondi, gli occhi azzurri e una gonna rosa.
Sono stata la lavapiatti in un ristorante per il matrimonio di due splendide ragazze.
Senza mai smettere di sorridere e pensare che fosse la scelta migliore che avessi mai potuto fare.

Sono stata beccata a parlare da sola in cucina. In inglese.

Ho mangiato salsicce vegane e hamburger di seitan cotti al barbeque.
Ho scritto una lettera ad un amico vero. L’ho spedita senza poter lasciare un indirizzo per ricevere una risposta.
Non sono neanche sicura che sia arrivata a destinazione, ma in ogni caso, sono felice di averci provato.
Di averlo fatto.

Ho scritto un progetto. Uno vero.
Ho visto il mio futuro nero su bianco.
Ne sono stata orgogliosa.

Ho visto tre campi di girasole in un solo giorno, lasciandomi scappare un pensiero sorridente che è arrivato fino a Roma.

Mi sono addormentata sotto la luce di una luna piena che mi fissava e mi rassicurava da lontano.

Ho capito che se ti concentri a fissare un fiore, perdi lo spettacolo del resto del campo. Il movimento dolce delle cime degli alberi spostate dal vento. Le nuvole bianche in un cielo azzurro da morire.
Ho capito che a volte non ne vale proprio la pena.
Il quadro generale è più bello, emozionante, ricco.
Vivo.

Come me.

Michela delli Santi
Meuchefitz, Germany. In the van.
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2 pensieri su “I done it. I miei primi due mesi.

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