Ho viaggiato da Bruxelles ad Orlèans con un ragazzo francese.
Anthony mi ha regalato la prima esperienza di un viaggio silenzioso, rotto solo dal suono delle nostre risate, quelle di quando provavamo ad esprimerci a gesti, sentendoci ridicoli.
Quando, il non riuscire ad esprimersi in una lingua comune diventa un muro di gomma sul quale rimbalzare.
Con cui giocare.

Il primo giorno in città è stato il mio primo giorno da couchsurfer. Chanéze mi ha accolta in casa sua con il sorriso più bello del mondo. Abbiamo passato la giornata e buona parte della notte a raccontarci, e a scoprirci.
Nonostante lei fosse rientrata da Londra proprio quel giorno, e io fossi a pezzi.
Una delle giornate più belle di sempre, che non dimenticherò mai.

Poi i ragazzi della community di Orlèans.
L’americano con gli occhi più blu che abbia mai visto. I sorrisi dall’altra parte del tavolo quando tutti parlavano francese e noi, esclusi, chiacchieravamo con gli sguardi.
I giri in tandem lungo il fiume. Le passeggiate sui ponti.
I discorsi che si rincorrevano, le nostre storie, i suoi viaggi.
Gli “spero di rincontrarti” lanciati nel vuoto per vedere se riescono a volare e ad approdare da qualche parte. In qualche luogo.
E ancora, la sveglia alle 8, l’inglese con l’accento francese, l’assurda convinzione che in quanto italiana io fossi in grado di cucinare una lasagna.
L’italiano titubante con l’accento francese.
Il mio nome che perdeva il suo suono, ogni giorno.

Orléans, France.
Orléans, France.

Le idee armate della pazienza di chi sa di non sapersi spiegare, ma ci prova. Ci riprova e poi ancora e ancora.
L’ispirazione.
Le esperienze, i racconti intorno al tavolo, quando abbiamo perso la cognizione del tempo, mentre tutto era illuminato da una luce nuova.
Mentre un progetto iniziava a definirsi, passo dopo passo.
Lentamente. Costantemente.
Come me.

E poi i messaggi di chi è lontano e ha riportato il mio cuore a Trastevere.
Giornali e televisione che fanno da eco all’ennesima storia sbagliata, ostentando l’infinita voglia di puntare il dito.
Condannare.
Giudicare.

Tu che diventi un pensiero fisso.

Trastevere rome
Trastevere, Rome. Ph Credits: travelonafullstomach.com

La mia attenzione rubata dai ricordi delle nostre notti passate nascosti tra le macchine, sotto le magnolie di una piazza nel cuore di Roma. Le notti trascorse con i nostri demoni, quando li abbiamo messi a nudo e ce li siamo raccontati tra le lacrime e la birra.

Quando ci siamo riscoperti più simili che mai.
Quando tutti venivano a cercarci prima di lasciarci soli.
Le gelosie ingiustificate di chi ci osservava da lontano senza capire. La nostra splendida noncuranza.

Gli aggiornamenti che mi trascinano in una realtà che non riesco a sentire lontana, nonostante la distanza.
Le passeggiate solitarie per nascondere i pensieri. L’impossibilità di parlare. L’incapacità di pensare.
Un’assenza che rimbomba nel mio vuoto. Quando avrei voluto che ci fossi. Quando avrei voluto solo te ad aiutarmi a ritrovare lucidità, nei momenti peggiori.

L’incredulità e la certezza delle mie convinzioni di fronte ad una storia assurda.
La speranza e la certezza di te, della tua persona, della tua bontà.

Alcune persone mi hanno attraversata e mi hanno graffiata dentro.
Sono le stesse persone che non vanno da nessuna parte, vengono in giro con me, nei pensieri e nei ricordi che non si spengono mai.
Nel bene e nel male.

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