Che di case io ne abbia cambiate a palate, non è un segreto per nessuno.
Questa bella Capitale me la sono rivoltata come un calzino in lungo e in largo, trascinando i miei pensieri sugli autobus.
Quei ricordi ingombranti e pesanti che a Torpignattara mi hanno strappato la zip della valigia sparpagliandosi tra i piedi della gente.

Ogni volta ricominciare da zero. E mia madre che dice che se non lo facessi impazzirei. Che ho bisogno di cambiamenti costanti e nuovi stimoli di continuo, dice. Che non abito l’abitudine.

Lei lo sa forse meglio di me. Lei che mi guarda da lontano, con lo sguardo di chi mi conosce e mi riconosce ogni volta.

Quelle porte semiaperte da dove si sentono ancora le urla di chi mi accusa di scappare di continuo. Che non so cosa cerco e cosa voglio. Che è vero, allora per una volta sto zitta, perchè avete ragione.
Tutti.

Gli amici di sempre che riesco a vedere sempre meno e mancano, perchè anch’io ho bisogno di punti fermi, anche se a volte vedo sfocato. O mosso.
Non so.

Oggi non sono diversa da 10 anni fa. Da quando ho portato la mia prima valigia a Roma.
Da quando giravo da sola a Trastevere la sera e mi perdevo nei vicoli, ma tornavo sempre a Santa Maria. Che i punti fermi servono a farti sorridere quando li ritrovi.

Quando parlavo con gli sconosciuti, che mamma non vuole, si preoccupa perchè io frequento gente strana, dice.

Ma se fossi brava vi direi soltanto che ho traslocato ancora e ora vivo a Trastevere, ancora.
Che non torno mai indietro e che forse è una cazzata.
Che i muri rossicci, il campanile di Santa Maria, i respiri profondi dell’aria dura di Trilussa, le voci in via della Lungaretta e tutti gli scalini ai piedi delle fontane, sanno di casa.

Se fossi brava e sintetica vi direi che alla fine qualcosa mi riporta sempre al punto di partenza.
Come una spirale. Come la forma del mio anello preferito.
Come tre bracciali che sono un’ancora che mi tiene salda a terra e mi tira forte quando penso di voler fare un’altra cazzata.
Come gli sguardi severi dei miei tre fratelli che rimproverano le mie assenze prima di abbracciarmi per salutarmi ancora, e nascondersi dietro un telefono che squilla. E a cui nessuno ha voglia di rispondere.

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