Che i discorsi non si iniziano con una congiunzione, ma oggi è così.
Perchè quando le cose sono importanti, l’importante è dirle. In qualche modo.

Allora volevo raccontarvi dello scorso weekend.

Di quando Together ha partecipato ad Open House e il Garden risplendeva di luce propria, davanti ai sorrisi di gente che incredula si guardava intorno.
Di quando ho spiegato innumerevoli volte, cosa succede in queste case.
Il progetto, l’ideatore, i fondatori.
I volontari, la gente.
Noi.
Voi.

Volevo raccontarvi quante volte ho variato la storia facendo percorsi cronologici diversi, scegliendo le parole giuste e cercando di alleggerire la mia ripetitività.
Volevo raccontarvi degli sguardi che ho incrociato, i sorrisi che ho creato.
L’entusiasmo delle mani che si cercavano mentre io parlavo, e quelle esclamazioni sorprese dette a bassa voce e ripetute, davanti a tutti.

Volevo raccontarvi di tutti i sorrisi che non sono riuscita a trattenere, tutte le volte che mi chiedevano se lavorassi a Together. Di quando ho spiegato che si, è così, ma è una definizione che non mi piace. Perchè la parola lavoro porta con sè quella connotazione negativa di qualcosa di pesante, imposto, poco piacevole.
Un lavoro mi sa di un dovere, quasi una costrizione. E no.
In questo senso io non lavoro a Together.

Sono stati dei giorni meravigliosi, pesanti, snervanti, nervosi, unici.

Allora sono venuta qui, perchè qui posso dire tutto.
Posso essere prolissa e anche un po’ stucchevole.
Qui posso dirvi, che il mio primo giorno ufficiale a Together ero seduta in giardino con Matteo, che mi passava il testimone.
E mentre mi spiegava come alzare la pressione alla caldaia e come gestire gli inconvenienti delle notti che avrei passato ad aspettare i miei splendidi viaggiatori, ha tirato una boccata di fumo dalla sua sigaretta. Mi ha guardata, ed è rimasto in silenzio per un attimo.
Poi mi ha detto:

“Credo che per te questo non sia solo un lavoro. È un piccolo sogno che si realizza”.
e io ho sorriso abbassando lo sguardo.

Perchè è vero, è un piccolo passo verso la mia felicità e me lo sto godendo tutto.
Mi sto prendendo il meglio e il peggio del Garden.
E passeggio verso la mia felicità, anche adesso, che il mio brasiliano si è perso chissà dove, e non riesco a essere arrabbiata.

Allora, volevo solo dire GRAZIE.
Un grazie per tutto e a tutti.

Perchè quando ho deciso di lasciare il mio vecchio lavoro, non sapevo cosa avrei fatto.
Non sapevo che le cose si sarebbero incastrate così magnificamente.
Non sapevo che sarebbe stata la cosa migliore che avessi potuto fare.
Non sapevo che l’universo mi avrebbe sorriso e che l’avrei fatto anche io, per tutto questo tempo.

Allora ve lo dico qua, perchè certe cose non le so dire a voce.

Perchè quando all’improvviso i momenti diventano perfetti è giusto goderseli in silenzio, con un sguardo che dice tutto e un sorriso che non ha bisogno di essere spiegato.
Perchè a volte, i sorrisi parlano più di quanto si riesca ad immaginare, solo lasciandosi ammirare.
Lasciando spazio a quello che non può essere detto, perchè le parole limitano.
Sminuiscono, e io questo non voglio permetterglielo.
Allora sto qua seduta a pensarvi.
E a ripensare a tutti momenti perfetti degli ultimi giorni.

Perfetti come sabato scorso, quando dopo aver chiuso il cancello, mentre andavamo a cena, stavo in macchina con il finestrino aperto. Il mal di testa che cresceva, Radio Virgin che cantava.
E non riuscivo a pensare a niente, mentre mi godevo il vento che mi accarezzava piano.

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