E fu giorno e fu notte. Eravamo io, il mio livido sul ginocchio, due felpe (che mia sorella la gnocchettosa mi ha proibito di usare), due maglie sporche (che ho elegantemente evitato di usare), un numero indefinito di mutande, (che ho mollato qua e là in giro per casa, per destabilizzare la gnocchettosa), il libro per l’esame di pubblicità, (che aveva il triste compito di placare i miei sensi di colpa galoppanti, ma che ufficialmente aveva voglia di vedere posti nuovi). Abbiamo conquistato Milano.

Nonostante i vani tentativi della gnocchettosa di rendermi femminile, sono riuscita ad uscire vestita da uomo, con una maglia di lana e ad avere freddo. Inutile dirlo, questa è classe, o probabilmente sto con un piede nella fossa, ma ancora non lo so.

Vabbè, a parte questo, ci tengo a mettere le cose in chiaro: Milano mi sta sul cazzo. I barman non ti guardano in faccia mentre li importuni, i milanesi ti chiedono di cantare Venditti perchè vieni da Roma, le cameriere ti ripetono ossessivamente di scendere dalle panche mentre durante il karaoke, urli ubriaca (fuori tempo) frasi inventate di canzoni improbabili. Poi parliamone, a Milano fa UnFreddoDellaMinchia! Avrei passato volentieri il tempo appallottolata sul letto a mangiare biscotti no-stop e a guardare la muffa crescermi intorno, ma non potevo perdermi asssssolutamente lo spettacolo della nebbia di mattina. A ora di pranzo. Il pomeriggio dopo pranzo. La sera. La notte. Si, lo so cosa state pensando: potevo restarmene tra i cumuli e le macerie di Roma, ma poi di cosa mi sarei potuta lamentare? Qua è tutto così bello!

Ok. Pausa. Mi sono appena fermata. Ap-pe-na fer-ma-ta. Ci sto pensando. Milano ha qualcosa di bello. Ha i ricordi delle giornate che ho passato là.
Ha quel ramo del lago di Como (che sta a Como, ma per me non fa differenza).
Ha i nostri discorsi infiniti. Le parole che non bastano mai. Ha le parole che sono incapace di dire.
Il rumore dei nostri passi tra le strade affollate mentre mi perdo, ti chiamo con l’addebito e tu non ti accorgi del telefono che squilla e del fatto che io mi sia persa.
Ha il suono delle risate. Il silenzio dei sorrisi. L’imbarazzo degli sguardi.
Ha le frasi iniziate e lasciate in sospeso. Le frasi che era inutile completare perchè erano già chiare, tutti l’avevano capito tranne me che continuavo a sproloquiare.
Ha le lacrime che non vorrei mai più vedere. Ha i nostri abbracci. Le tue guance.
Ha te. Ha voi. Ha un pò di me.

Che sfiga di merda!

Epilogo

Il viaggio di ritorno è stato suggellato da una tristissima canzone dei Modà che come al solito parla una stronza rara e insensibile che molla da qualche parte un tizio disperato. Insomma la solita solfa. Sia chiaro, stato un processo indotto, io non ascolto queste cose. Indotto dal karaoke, dalla capiroska, e dal tizio che l’ha cantata..(o era una tizia?). In ogni caso, sono fermamente convinta che mi sia rimasta impressa perchè i Modà cantano a scatti e mi era facile seguire le parole. Anche se, le urla dei versi che ho lanciato sui pezzi in inglese non erano da meno! Mah, gli abissi della mente umana..

Vabbè torno alle mie riflessioni, finchè il neurone regge lo sforzo. Allo stato attuale sto ancora cercando di capire che giorno è. Che anno è. E se questo è il tempo di vivere con te.

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2 pensieri su “Milano-Roma, il ritorno

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