Roma-Milano, l’andata

Roma-Milano, l’andata

Milano ha invaso Roma..no, anzi.. forse Roma ha invaso Milano..mmmm..vabbè..

Non ho fatto altro che ridere ininterrottamente per tre lunghe notti. Ridere, non sorridere. Di quelle risate che ti tolgono il respiro e ti affannano. Quelle che vorresti non finissero mai! Però, finiscono.

Così mi sono ritrovata a sbattere la testa contro la dura realtà, mentre aspettavo che uno scassatissimo Intercity mi trascinasse dall’altra parte dell’Italia.

Durante il trascinamento, per una questione di coerenza, ho riso. Nel corridoio dello scassatissimo, mentre la gente mi spintonava (con delle valige grandi quanto il mio armadio). Nel primo scomparto dal quale sono stata sfrattata con eleganza da una signora napoletana, di una finezza sublime. Nel secondo che ho occupato facendo gli occhi dolci a chi aveva prenotato il posto, sperando che non mi cacciasse. E così è stato. Non so ancora se per pietà, viste le occhiaie, o per paura, dato che ridevo da sola.

Fatto stà che le notti romane sono passate. In fretta. Tanto. Troppo. In realtà non so neanche che giorno è oggi! Ma il viaggio è stata un’agonia. Ho avuto la sensazione che fossero passati un paio d’anni da Roma ad Arezzo. A quel punto non c’era una beata minkia da ridere, ma io continuavo imperterrita.

Vabbè, non lascio spazio alle sfumature. Ho capito che sono fraintendibili. Diciamolo chiaramente: sono stati dei giorni spettacolari. Inaspettatamente..(se ve lo state chiedendo, questo è un complimento, nel mio mondo). Quindi, dato che non mi va di aspettare altri dieci anni per rivedervi, sono fiduciosa di incontrarvi. Nella speranza che la nebbia passi e riesca a vedere al di là del mio naso. In ogni caso, spero che non siate partiti per fuggire lontani da me, perchè in quel caso vi è andata male. Sono a Milano!

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I peggiori modi per rimorchiare

I peggiori modi per rimorchiare

L’universo maschile, a quanto pare, funziona così. O meglio, crede che le cose funzionino così.
Tentativi di approccio:

Al semaforo:
– A’ signorì, n’dò vai? Viè con me, te porto in un posto che nun te poi immaginà!
– Emh..grazie, ma..
– Daje, te porto a vedè er paradiso!
– Toh, guarda! E’ verde!

Dal ferramenta:
– Mi servirebbe questa lampadina.
– Eccola. Sono 2 euro.
– ..
– Nun c’ho er resto. Viè con me annamo ar bar, così te offro anche un caffè!
– O.o

Sull’autobus:
– Carmela!! Carmela, come stai??
– No guarda, ti sbagli non sono Carmela!
– No?! Allora dimmi come ti chiami?
_ ..

In facoltà:
– Com’è scritto piccolo questo libro..ma non ti viene mal di testa a leggerlo? A me verrebbe sicuramente, anche se porto gli occhiali. E’ veramente piccolo. Ma te l’hanno fotocopiato così o anche l’originale è uguale? No perchè è impossibile da studiare..
– Insomma ti chiamano “osservatore profondo”?!

Probabilmente l’ultimo era solo stupido, questo perchè ovviamente era il più carino.

Storie di ordinaria follia

Oggi è stata una giornata produttiva..se non ci soffermiamo sul fatto che, appena sveglia, ho impiegato un quarto d’ora per liberare la mia gamba dal lenzuolo malefico. Adulatore. Maniaco.

Ho fatto le pulizie di primavera. Ancora. A quanto pare la mia stanza è il Babbo Natale della polvere. Io la creo e la distribuisco in giro per il mondo, senza distinzione di età, sesso, razza, religione o metri quadri. Non essendo soddisfatta della disinfestazione in loco, ho esteso le mie manie di igiene in tutto il mio castello errante. Per quasi tre ore. Scrostare il calcare dal lavandino della cucina mi sembrava una questione di vita o di morte, non sono riuscita a controllarmi.

Dopo questa impresa epica, mi sono seduta a terra, con la schiena appoggiata all’armadio, sorseggiando il mio caffè, ho iniziato a leggere poesie di Bukowski, il che mi ha fatto partorire questo messaggio di buon compleanno:

“Infondo non importa quanti ne sono, se stai invecchiando o crescendo..quello che è importante è che tu stia vivendo fottutamente bene!”

Ho paura di me. Fortunatamente il diretto interessato l’ha presa con filosofia e ha risposto dicendomi che spera che anch’io stia vivendo fottutamente bene.

Intanto ho realizzato che avrei dovuto fare la spesa. In frigo colleziono vegetali di ogni forma e colore, ma mi nutro di patatine, marmellata e biscotti. Parentesi. Nei panni della domestica esaurita ho riflettuto molto sulla vita da single, in una stanza single, con delle amiche non tutte single e delle lenzuola molto affezionate. Sono arrivata alla conclusione che la mia condizione attuale è esattamente quello che stavo cercando. Nessuno che mi dica ciò che è giusto o sbagliato, migliore o peggiore. In nessun ambito. In nessun contesto. Se voglio ingrassare come una vacca l’unico che potrà avere qualcosa in contrario è il mio letto a soppalco. E mi sembra più che lecito.

“Ero attratto da tutte le cose sbagliate: mi piaceva bere, ero pigro, senza dio, senza idee politiche, senza ideali. [..] Tutto questo non faceva certo di me un personaggio interessante. Quello che volevo veramente era uno spazio facile, indefinito, dove vivere tranquillo. Volevo essere lasciato in pace. Non me ne fregava niente.”

[C. Bukowski]

Vado dal librone di psicologia, giusto per incasinarmi i pensieri un altro pochetto.

Per la cronaca, ho cambiato le lenzuola, l’eccessiva invadenza non mi è mai piaciuta.

Quotes Bukowski
Trova ciò che ami e lascia che ti uccida.
Charles Bukowski.

Dear Cavallino Rampante..

Dear Cavallino Rampante..

Oggi è quasi il tuo compleanno, più dell’ultima settimana.
Oggi stai andando via.
Niente festeggiamenti nostro style, oggi è giorno di partenze. Giorno di ritorni.
Oggi sono una malinconica con motivazione, il che è già un salto di qualità rispetto alla mia lunaticità.
Prenderei volentieri l’autobus nell’altra direzione.
Le stazioni non mi piacciono.
I saluti sono tristi.

Mi sto rammollendo. Sono più donna di quello che penso!

Ecco, sono più donna di quello che pensi, mio caro Cavallino Rampante!

Metrature d’esistenza

“.. forse non si fa altro che portare a spasso le proprie vite, da un appartamento ad un altro, nell’effimera illusione di essere davvero in movimento, con le proprie scatole di ricordi. Pensi alle stanze che hai occupato nella tua vita, e a chi ci starà adesso. Pensi che forse non si è altro che inquilini che si danno il cambio, nella vita, senza incontrarsi mai. In una domenica così può capitare che ti metti a pensare cos’è rimasto di te, in giro.

[…]

Sei diventato malinconico guardando quell’appartamento privarsi di te. Pensavi: ok, il gas l’ho spento; e ti sei chiuso la porta dietro le spalle, nella convinzione di aver lasciato qualcosa di te in quegli angoli vuoti, in quelle sagome di poster scollati, nel segno giallo dello scotch”.

[M. Floria]